mercoledì 28 luglio 2021

 

Armistizio del 1943. Gli errori  degli Alleati che causarono la  rovina dell’Italia

 

( Pietro N a t i )

 

I fatti  relativi  all’  8 settembre 1943, giorno dell’ armistizio,  sono  tutt’ora poco conosciuti. Benché esista una vasta letteratura e memorialistica   molti aspetti  sono  poco  noti alla maggioranza del pubblico  e per la verità  tutt’oggi permangono lacune e misteri. Nei tempi attuali, quando sono di moda il “negazionismo”, il “complottismo” e il “revisionismo”   si  rischia di cadere nel banale sostenendo un punto di vista in controtendenza,  cioè non in linea con la storiografia consolidata. L’ 8 settembre 1943  fu per l’ Italia e per gli Italiani un disastro  molto peggiore di quello di Caporetto del 1917 durante la prima guerra mondiale. I fatti e gli antefatti sono molti e assai intricati; resta obiettivamente difficile farne una narrazione  che sia  breve  e  nel contempo  comprensibile ai più. Nel luglio del 1943, con l’invasione della Sicilia da parte degli Anglo-americani, appare chiaro che la guerra dell’Italia fascista è perduta. Ne consegue l’estromissione e l’arresto di Mussolini il 25 luglio. Si pone quindi l’ impellente problema: L’ Italia deve uscire dalla guerra.  Il governo semi-militare del maresciallo Pietro Badoglio inizia con diversi tentativi- abbastanza maldestri, in verità-  di contatti con gli Alleati,  che da questi non vengono presi in seria considerazione

(D’Ajeta, Berio. Poco prima vi era stato quello della principessa Maria Josè tramite il presidente portoghese Salazar) . Porre fine alla guerra. Ma in che modo? L’ Italia è tra l’incudine e il martello. Di fatto è un paese occupato dai Tedeschi,  che,  dopo il 25 luglio, hanno  ammassato  nella Penisola circa 17 divisioni,   ed è attaccato dagli Alleati che cominciano a bombardare pesantemente ( Il 19 luglio il bombardamento di Roma). E’ ovvio che se il governo ottiene un armistizio separato con gli Alleati ed esce dalla guerra subirà sicuramente la furia di Hitler e la feroce reazione delle truppe di Kesselring. E conoscendo il modo di fare la guerra dei Tedeschi la prospettiva appare poco meno che spaventosa. Chi e come ha portato il paese in questo baratro è fin troppo noto e non ci torniamo sopra. Da  Elena Aga Rossi,  “Una nazione allo sbando”,  il Mulino, 2003, pagg. 42 e 43, apprendiamo che nel 1942 il ministro inglese Antony Eden è contrario alla pace separata e a contatti preventivi con l’ Italia. Preferisce il crollo italiano, l’ occupazione germanica,  in Italia , come anche nei Balcani. Churchill dissente. Comunque il gabinetto  stabilisce di non prendere  impegni, cautela, e non accettazione di approcci da Italiani.   In gran segreto gli Italiani riescono comunque a contattare  e a trattare con gli Alleati a Lisbona, cioè  accettano  e sottoscrivono l’armistizio,  nella sostanza  una   resa incondizionata ( 3 settembre 1943), la quale  dovrà essere pubblicamente  dichiarata  al momento del progettato sbarco alleato sulla Penisola . Trattativa vera e propria non ci fu, gli Alleati sono fermi nell’esigere la capitolazione, resa senza condizioni,  come era stato deciso al convegno di Quebec ( “Quadrant “). Dunque prendere o lasciare. Gli Italiani tentennano, non si comportano in modo lineare, e ciò insospettisce sempre di più  gli Alleati, che non si fidano. Successe che gli Anglo-americani, temendo di

 

essere imbrogliati dagli Italiani  (i soliti furbi e machiavellici)  finiscono per essere loro a imbrogliare i nostri. Gli Italiani, tergiversano, e  a ragione, perché si trovano in stato di estrema necessità, gli Alleati invece hanno il coltello dalla parte del manico  e imbrogliano per  calcolo e interesse (interesse male calcolato, in verità). Il governo Badoglio e il Re  sono disposti a capitolare e a uscire dalla guerra, non chiedono di meglio, ma   temono la pronta reazione  e ritorsione  tedesca, e quindi per questo necessitano del supporto degli Alleati.   Il governo Badoglio chiede che lo sbarco venga fatto in forze e a Nord di Roma, o in prossimità di Roma, almeno con 15 divisioni. Gli Alleati, ovviamente non si fidano e mantengono il segreto sul luogo e la data dello sbarco. Se questo non avviene in prossimità della capitale il governo teme di essere sopraffatto dai tedeschi in poco tempo, che Roma venga occupata e  che  il re e lo stesso governo vengano  presi prigionieri. Nel  saggio di Domenico Bartoli “L’Italia si arrende”, pag. 60  leggiamo: “Guariglia, nel suo libro di Ricordi dice anche che gli Italiani, se avessero conosciuto la scarsità delle forze  che Stati Uniti  e Inghilterra stavano per impiegare,  avrebbero esitato a chiedere la resa.”

 Gli Italiani sperano che lo  sbarco venga fatto in forze, come  è avvenuto in Sicilia nel  mese di luglio, e gli Alleati glielo lasciano credere. In quanto alla data e al luogo dello sbarco  questi  non si sbilanciano, nonostante le ripetute richieste  del generale Castellano. Dunque gli Italiani credono, devono sperare, che questo non avvenga a molta distanza dalla capitale. Il luogo programmato per lo sbarco invece è a sud di Napoli,  il golfo di Salerno. Troppo a sud, troppo lontano per concorrere alla difesa di Roma e al salvataggio del governo. Gli Alleati, come vedremo, giungeranno  a Roma 9 mesi dopo! Ma gli Alleati, se avessero conosciuto la vera situazione che regnava in Italia, avrebbero potuto sbarcare molto più a nord, tagliar fuori le divisioni tedesche ed evitare sanguinosi combattimenti  sulla strada per Roma. (Melton Davis, “Chi difende Roma?”, 1972, pag.271)

 Dal momento che gli Alleati decisero per il golfo di Salerno,   era  decisa la condanna di Roma, del governo e la rovina dell’Italia. Chi ha preso tale decisione? I capi politici  alla conferenza di Quebec nei giorni dal 17 al 24  agosto 1943, proprio mentre a Lisbona erano in corso i contatti per l’armistizio. Ma la decisione finale  era demandata alla discrezione del  generale Dwight D. Heisenhower, comandante in capo alleato nel Sud-Europa. Abbiamo accennato all’inganno  degli Alleati ( il gen. Eisenhower più tardi lo definì “uno sporco affare”), ora bisogna accennare ai madornali errori commessi dagli stessi Alleati. Sembrerebbe politicamente  non corretto e anche ingeneroso  attribuire la colpa  delle disgrazie dell’ Italia  agli  Angloamericani, i quali vennero qui   nel ruolo di liberatori,  tuttavia alcuni fatti non possono essere ignorati.  Dopo l’occupazione della Sicilia le forze alleate nel mediterraneo erano state ridotte in uomini e mezzi , che vennero inviati in Inghilterra per lo sbarco in Normandia programmato per l’ anno seguente. In poche parole si dovrebbe dire: non avendo a disposizione forze sufficienti era il caso di rinunciare all’ attacco alla penisola italiana e concentrarsi sul futuro sbarco in Francia.

 Elena Aga  Rossi in “ L’inganno reciproco”,  Pag. 37,  scrive: Gli Inglesi   accusano Americani di aver destinato poche forze all’invasione della penisola; gli Americani rimproverano gli Inglesi di aver voluto lo sbarco in Italia causando il ritardo dello sbarco in Normandia.

Perché attaccare i Tedeschi partendo dal sud della Penisola?  E perché non dalla Sardegna o Corsica, dove le forze germaniche erano scarse e c’era disponibilità di porti e  campi di aviazione da dove poter lanciare l’attacco  a Nord di Roma?  È  noto ( la prima  guerra mondiale ha insegnato) che il territorio aspro e montano favorisce chi deve difendersi e sfavorisce chi  deve avanzare. Dunque iniziare dal basso  la liberazione dell’ Italia   fu un grave errore strategico. Gli Angloamericani, infatti,   dopo 19 mesi, sono  bloccati sulla linea gotica e non hanno ancora raggiunto la pianura padana,  mentre al nord,  a solo dieci mesi dallo sbarco,  essi  sono già nel cuore della Germania e i Sovietici in prossimità di Berlino.  Nei Balcani i Tedeschi furono cacciati senza l’intervento diretto degli Alleati, e l’esercito di liberazione di Tito giunse a Trieste il 5 maggio 1945 , prima degli Inglesi (purtroppo per gli Italiani di Trieste , Istria  e Dalmazia che vissero le persecuzioni nazionaliste di Tito e l’esodo in massa). Uno dei maggiori storici militari inglesi, il generale Fuller, scrisse addirittura : Strategicamente la campagna più insensata di tutta la guerra fu quella d’Italia. La resa incondizionata trasformò il ventre molle in un dorso di coccodrillo, prolungò la guerra, ridusse l’Italia in rovine e costò migliaia di vite inglesi e americane”. Max Salvadori in “Breve storia della Resistenza italiana”- Vallecchi 1974 , scrive :“Ma l’opportunità venne perduta e l’Italia centrale, che avrebbe potuto essere liberata in quel mese di settembre 1943, venne coperta di rovine e di sangue. Le rovine erano tutte italiane, il sangue fu italiano ed anche, soprattutto, alleato.” Nel voluminoso libro  “Chi difende Roma”, 1973, di Melton Davis,  pag. 271, leggiamo: A giudizio  dei capi militari britannici, la Sardegna avrebbe costituito una base migliore per una rapida conquista della penisola, anche se ciò avesse comportato la necessità di lasciarsi Roma alle spalle. Secondo il generale tedesco  Von Senger, “Fedeli a questa concezione, non diedero adeguata importanza alla Sardegna e alla Corsica (che peraltro rappresentavano il punto più debole dei tedeschi). Da queste due portaerei naturali avrebbero potuto coprire efficacemente eventuali sbarchi più a nord, con cui avrebbero probabilmente tagliato fuori una grande massa di forze tedesche e abbreviato decisamente la campagna d'Italia, permettendo così agli Alleati di far valere efficacemente la loro totale superiorità aerea e navale”. Lo storico britannico Basil Liddell Hart nel dopoguerra ebbe modo di intervistare il generale tedesco Siegfried Westphal (1902-1982), che fu collaboratore di Kesselring in Italia,  il quale si disse molto critico riguardo alla strategia alleata di invasione dell'Italia. Secondo Westphal, se le forze impiegate a Salerno fossero state impiegate a Civitavecchia, i risultati sarebbero stati probabilmente più decisivi. Gli Alleati sapevano che a Roma erano dislocate appena due divisioni tedesche, e uno sbarco combinato tra cielo e mare effettuato in collegamento con le cinque divisioni italiane di stanza nella capitale, avrebbe portato alla conquista della città in meno di 72 ore.

Dunque i giudizi dei vari autori ed esperti sono unanimi nel riconoscere il grave errore strategico (e aggiungiamo, politico) degli Angloamericani: la campagna d’Italia fu una campagna  sbagliata,  inutile, lunga e sanguiniosa. Ai soli  Alleati costò oltre 50 000 morti , e    portò ben poco contributo alla vittoria finale sul nazismo.   L’ armistizio viene reso noto da Eisenhower da radio Algeri alle  ore 18:30 dell’ 8 settembre, con grande sorpresa e costernazione dei vertici italiani che si erano convinti (non si sa come)  che questo doveva essere annunciato non prima del giorno 12. Lo sbarco nel golfo di Salerno ebbe inizio  intorno alle ore 3 del giorno 9, dunque oltre 8 ore dopo la dichiarazione di armistizio. Le clausole dell’armistizio prevedevano che la dichiarazione doveva avvenire al momento dello sbarco, né dopo, ma meanche prima. Questa discrepanza temporale già si  rivelava  un fattore oltremodo dannoso per gli Italiani; infatti  nella notte stessa dell’8   tedeschi  cominciano ad agire con colpi di mano e attacchi subdoli  contro la divisione Piacenza e la Granatieri , e   al momento dello sbarco a Salerno, ore 3 del 9,  alcune posizioni italiane a sud di Roma erano già eliminate o compromesse (deposito carburanti di Mezzocamino). Il 10 settembre,  dopo circa 30 ore di Il 10 settembre,  dopo circa 30 ore di resistenza si sottoscrive l’accordo di resa e  l’occupazione di Roma da parte delle truppe di Kesselring. Questi aveva minacciato il bombardamento della capitale  e il taglio degli acquedotti che alimentano la città . La famiglia reale, il capo del governo Badoglio e i capi militari si erano messi in viaggio  partendo nella mattinata del 9 sulla via Tiburtina, verso Pescara,  come si dice,  sono scappati.  A Roma   restano alcuni membri del gabinetto Badoglio, tra cui il gen. Sorice e il ministro degli esteri Guariglia, e inoltre l’ Ammiraglio Sansonetti e il gen. Santoro ( aviazione). C’è il maresciallo Enrico Caviglia che prende in mano la situazione e che, secondo alcuni, aumenta lo stato di confusione che regna a Roma. Bisogna soffermarsi un poco su questo  personaggio.  Il maresciallo d’Italia Enrico Caviglia   è stato l’unico generale, dopo Garibaldi, a vincere una battaglia (Vittorio Veneto),  è  antifascista ed è un acerrimo nemico di Badoglio da tanto tempo. Ora lo accusa  di aver abbandonato l’esercito, come anche   a Caporetto abbandonò le sue divisioni (e nonostante ciò venne promosso). Caviglia,  che è arrivato a Roma la mattina  dell’ 8  viaggiando in treno insieme ad Ambrosio,  nel suo ricco diario forse non racconta esattamente  quello che ha fatto in quei giorni a Roma. Ad esempio, non si sa  se in giornata dell’8  abbia conferito con il re, e in tal caso che cosa si siano detti.  Mancando il re e il capo del governo ed essendo egli  il militare più alto in grado (pur essendo pensionato)  si è autoinvestito dei poteri militari e civili, seguito  da Sorice, Guariglia, Carboni e Bonomi,   i quali non chiedevano di meglio che avere un capo  che si assumesse la grave  responsabilità del momento. Opinione personale dello scrivente- dico opinione- è  che,  nel caso vi sia stato un accordo tra Kesselring e i vertici italiani per la fuga,   la persona più adatta  a fare da tramite sarebbe stata proprio il maresciallo Caviglia, in virtù della sua fama e statura di militare . Lo stesso, nel diario,  racconta di aver fatto visita al quartier generale di Kesselring a Frascati, ma solo dopo la resa,   per poi tornarsene in Liguria. Visitò anche l’ambasciata tedesca a villa Wolkowski, dove  incontrò  il maresciallo Ugo Cavallero che  prevedeva di essere ucciso dai Tedeschi e che dopo qualche giorno fu  trovato suicida, o “suicidato” con un colpo alla tempia. Il caso Cavallero è un’altra storia, che ora non ci interessa. È  mia opinione  che il gen. Ambrosio si sia recato  a Torino anche per  consultarsi  con Caviglia e chiedere il suo intervento a Roma. A che scopo? Affinché  prendesse in mano   la situazione e facesse  in modo che intorno a Roma  la resistenza all’ attacco germanico non andasse oltre certi limiti;  questo,  allo scopo di evitare distruzioni e rappresaglie. Secondo alcuni autori (R. Zangrandi , I.  Palermo) Ambrosio intendeva far silurare Badoglio come capo del governo e far nominare appunto Caviglia al suo posto.  Ma questa ipotesi non trova fondamento, anzi è contraddetta dalla posizione che Ambrosio  assunse poco dopo  (intervento del maggiore Marchesi al consiglio della corona). È da precisare che, dopo l’estromissione di Mussolini, Caviglia era indicato da più parti come il miglior candidato a ricoprire l’incarico di capo del governo,  e anche che  Vittorio Emanuele  più volte  manifestò il suo malcontento riguardo al modo di agire di Badoglio.  Infine bisogna aggiungere che la liberazione di Mussolini sul Gran Sasso,  con una spettacolare  calata di 12 alianti con paracadutisti  (agli ordini del maggiore Mors,  non di Skorzeny), avvenne senza grandi problemi, in quanto i 50 e più carabinieri addetti alla custodia non fecero alcuna resistenza. In precedenza questi avevano l’ordine di sopprimere Mussolini in caso di attacco tedesco, ma poi  il capo della polizia Carmine Senise (1883-1958) , dette ai carcerieri ( ispettore Gueli)  delle indicazioni volutamente ambigue (“Usare massima prudenza”). Le clausole dell’armistizio stabilivano che il duce doveva essere consegnato agli Alleati. Si dice, ironicamente, che nella fretta di scappare sulla strada che conduce a Pescara, i fuggiaschi   del tutto si dimenticarono dell’illustre prigioniero. Altri sostengono che l’abbandono di Mussolini sul Gran Sasso rientrava  nell’accordo segreto fatto con Kesselring .

L’ aspetto più noto e  fonte di critiche è la fuga del re e di Badoglio verso Pescara e Brindisi insieme ai vertici militari e l’aver lasciato senza ordini chiari e nell’incertezza le ingenti truppe dislocate sulla Penisola e nei  Balcani. Quasi tutti gli  storici condannano l’operato del governo Badoglio e del re, che in quel modo causarono lo sbando dell’esercito e pensarono solo alla loro salvezza. Nel caos generale, la sorpresa e la tardiva diramazione di ordini (peraltro ambigui) , avviene lo sbandamento,   la resa, o la fuga verso casa dei soldati italiani. In poco tempo i Tedeschi ottengono   il disarmo della maggior parte delle forze sul territorio italiano e nei Balcani. Tra  l’Italia e i Balcani circa 600 mila sono i prigionieri che vengono deportati.

Nei  45 giorni del governo Badoglio la dominante, era la paura, la paura della reazione tedesca. La speranza era riposta  nella  eventualità che Kesselring,  al momento dell’invasione si ritirasse al nord senza combattere. Certamente Badoglio,  il suo governo e i capi militari non erano i più adatti a fronteggiare tale  situazione , a dir poco disperata. In quei primi giorni di settembre , a Roma, tra i vertici italiani,  si è verificata un’incredibile farsa tragicomica, menzogne, reticenze, diffidenza,  omissioni, inganni, scaricabarile. ( citiamo, ad esempio, la condotta del gen. Carboni,  l’assenza del gen. Ambrosio in un momento cruciale, la missione segreta del gen.  Tayler, le dimenticanze di Badoglio, la venuta del vecchio maresciallo Caviglia,  il cosiddetto consiglio della corona dell’ 8 settembre dove si stava quasi per decidere  di disconoscere l’armistizio già firmato il 3 scorso). Qualcuno forse troverà in questo una similitudine con il malcostume  della politica e dei politici del dopoguerra, fino ai tempi attuali.

Un’ altra critica che viene mossa ai capi riguarda la mancata difesa di Roma.  A protezione della capitale c’erano 6 divisioni, almeno sulla  carta,  di cui 3 efficienti , da parte tedesca solo 2 divisioni, sebbene una di queste (Panzer Grenadiere, acquartierata nel viterbese) contasse 18000 uomini,  pari  al totale delle 3 divisioni del cosiddetto corpo motocorazzato  del generale   Carboni. Tra queste vi era la divisione Centauro che era la vecchia milizia e che pertanto era ritenuta inaffidabile. Il negoziatore, il generale Giuseppe Castellano  aveva ottenuto la promessa  dell’invio di una  divisione americana aviotrasportata che avrebbe sbarcato ( alianti e paracadutisti) sugli aeroporti di Cerveteri , Furbara e Guidonia, a cominciare dal giorno della dichiarazione dell’armistizio (“operazione Giant 2“ ) e  dello sbarco via mare alla foce del Tevere di piccoli contingenti e pezzi di artiglieria controcarro.  Bisogna soffermarsi su questo particolare e porsi il seguente interrogativo: Quella promessa fu fatta dagli Alleati in buona fede, o in via del  tutto strumentale? L’intervento venne proposto dagli Alleati per incoraggiare gli Italiani, ma anche  per indurre  Castellano, ancora esitante,  a mettere la firma al testo dell’armistizio. Eisenhower in due messaggi  allo stato maggiore congiunto il 1 sett43 scrive  che “ L’Italia è ormai di fatto un paese occupato, almeno a Nord di Roma e che l’invio della divisione costituiva l’unica possibilità per convincere gli Italiani a firmare l’armistizio e per riuscire con il loro aiuto a prendere Roma.” ( Elena Aga Rossi, “Una nazione allo sbando”, pag. 97) . La divisione aviotrasportata  avrebbe preso terra  in  4 ondate nell’arco di 4 giorni, nella misura di un reggimento per volta ( 2000 uomini).  È noto che simili operazioni sono sempre rischiose e gli Alleati già ne avevano fatto esperienza poco prima  in Sicilia.  Lo stesso comandante della divisione, gen. Mattew Ridgwy (1895-1993)  era fortemente preoccupato e  contrario all’ operazione, il gen. Mark Clark , a capo della 5° armata americana  la disapprovava e si lamentava, perché quella era stata già destinata al lancio sul territorio di Salerno ( Op. Giant1).   Il generale americano Mark Clark, incaricato del comando  dell’ operazione Avalanche ( sbarco a Salerno), nel suo libro “Calculated Risk” riteneva l'operazione Giant 2 “ futile, perché non riuscivo a capire come i paracadutisti potessero aver successo nella loro impresa, di fronte al forte concentramento tedesco vicino alla capitale, [...] né riuscivo a capire come avremmo potuto aiutarli dal mare [...].”

 Affinché l’aviosbarco avvenisse le misure, o meglio le condizioni,  richieste dagli Alleati  erano esagerate, sembravano concepite proprio per indurre gli Italiani a rinunciarvi. Tra l’altro,  chiedevano che  gli aeroporti interessati fossero tenuti sgombri dai Tedeschi, che venissero neutralizzate le batterie antiaeree (che per lo più erano tedesche) e inoltre la fornitura di alcune centinaia di automezzi e carburanti. Non basta: gli Italiani dovevano provvedere allo sgombero e controllo di una fascia di 20 chilometri  a cavallo del Tevere. Una cosa da niente! Questi provvedimenti avrebbero richiesto un ruolo attivo delle forze italiane ed iniziative che, come minimo, avrebbero insospettito i Tedeschi. Non solo, gli Italiani, in tal modo, avrebbero perfino dovuto aprire le ostilità contro  i Tedeschi già prima dell’armistizio e senza dichiarazione di guerra. Bisogna considerare che dopo la caduta del fascismo (25 luglio) Hitler fece subito predisporre dei piani di intervento in Italia (in codice: Alarico  e Achse) che prevedevano il disarmo dell’esercito, la cattura del governo, del re e un severo trattamento degli Italiani.  Si filava quindi sulla lama del rasoio e si andava avanti nella finzione  di “la guerra continua” con reciproca diffidenza. Nella notte del 7-8 settembre Badoglio, supportato e consigliato da Carboni,  rifiutò l’invio della divisione americana e gli Alleati fermarono l’operazione giusto in tempo,  perché questa era già avviata. Era già avviata con l’imbarco dei primi contingenti dalla Sicilia,  così dicono. Sarà vero  Il giorno 7 settembre,  come annunciato,  in segreto, erano venuti a Roma  due alti ufficiali americani (rischiando di essere scoperti dai Tedeschi  e di essere trattati come spie). Uno dei due   è il  generale Maxwel Tayler, vicecomandante della 82°  divisione paracadutisti. Lo scopo della loro missiome era di  prendere visione dei luoghi dell’aviosbarco,  verificare i provvedimenti presi dagli Italiani e concordare i dettagli dell’ operazione. Il  capo di stato maggiore generale (comando supremo) generale Vittorio Ambrosio, incredibilmente era assente,  in quanto proprio in quel frangente cruciale si era recato a Torino per alcune questioni familiari e per mettere al sicuro alcuni documenti  riservati, così  dichiarò alla commissione d’inchiesta l’anno seguente. È chiaro che Ambrosio voleva evitare d’ incontrare i due ufficiali americani. Questi stavano sulle spine perché sapevano che l’aviosbarco   su Roma  e la dichiarazione dell’armistizio sarebbero avvenuti il giorno dopo e lo annunciarono al generale Carboni, che ne restò  allibito e fece presente a   Taylor, a sua volta sbalordito,  che niente avevano approntato e che non erano in grado di garantire la sicurezza dell’operazione. Carboni esagerò anche nel rappresentare la situazione:  forze insufficienti, mancanza di carburante, Tedeschi che controllavano gli aeroporti, ecc. (non era vero). Dunque bisognava rinunciare all’ aviosbarco della divisione paracadutisti. Di conseguenza gli americani telegrafarono ad Eisenhower che  fece sospendere l’operazione. Inoltre con apposito telegramma  al comando alleato   Badoglio chiedeva il rinvio della dichiarazione d’armistizio. Fu un errore  da parte degli Italiani? La maggior parte dei memorialisti militari e  degli storici sostengono di sì. Il lancio su Roma di quella divisione, sebbene a piccoli lotti, avrebbe contribuito al morale degli Italiani e li avrebbe incoraggiati a resistere all’attacco tedesco. D’altra parte era anche possibile che la pronta reazione tedesca avrebbe decimato paracadutisti e alianti  nel prendere terra. Il gen. Carboni, messo al comando del corpo d’ armata a difesa della capitale, sosteneva che gli Alleati erano in malafede e che non intendevano veramente eseguire quell’operazione. Questo generale  rivestiva anche l’incarico di capo del S.I.M. (i  servizi segreti militari). Ma  Carboni non può essere degno di fede, vista la sua personalità  e la sua condotta prima e dopo l’armistizio. È comunque lecito  il sospetto che gli Alleati potessero aver bleffato anche in questo caso e che avessero fatto  quell’offerta  per ottenere l’accettazione dell’ armistizio. Oppure,  si può anche supporre che l’offerta fosse

 stata fatta in buona fede, ma che poi sia sopravvenuto  un ripensamento  e abbiano  cercato una scappatoia, cioè un pretesto per annullare l’operazione. In tal caso la rischiosa missione del gen. Tayler a Roma sarebbe  da considerarsi proprio  finalizzata a trovare   quel pretesto. Infatti i due ufficiali  americani non faticarono  molto a trovare il “pretesto”, e non si affannarono per convincere Carboni e Badoglio ad accettare l’aiuto della divisione alleata. Questo, se corrispondesse al vero, sarebbe uno dei diversi inganni messi in atto dagli Angloamericani. Una cosa è sicura: gli Italiani e il governo Badoglio sono paralizzati dalla paura legata alla possibile reazione tedesca. È   certo che non intendevano dare battaglia e giustamente non volevano essere loro  a provocarla. Se già dal giorno 5 settembre avessero pensato e già programmato la fuga da Roma, come alcuni storici  hanno sostenuto,  questo non ha   grande rilevanza ai fini di questa narrazione.  Se la data della dichiarazione dell’ armistizio fosse stata quella del giorno 12, come  i capi si erano convinti, anziché, il giorno 8, questi ugualmente  si sarebbero  trovati impreparati alla difesa, perché non c’era l’ intenzione  di combattere presso la capitale. La maggior parte degli autori, storici, giornalisti e osservatori sostengono che  la rinuncia a difendere Roma fu uno sbaglio e che la fuga verso Pescara fu una cosa vergognosa. Certamente la partenza  di Badoglio, della famiglia reale e dei massimi capi militari con un codazzo di generali e ufficiali ansiosi di mettersi in salvo non fu una cosa edificante ( lo spettacolo dato al porto di Ortona fu a dir poco penoso).  D’altro canto, bisogna considerare che opporre resistenza avrebbe significato esporre la capitale a grandi distruzioni   e la popolazione a immani  sofferenze. Per questo, forse, dopo alcune ore di combattimenti (div. Ariete di  Cadorna a Nord, div. Granatieri a sud di Roma) il grosso delle forze fu dirottato verso Tivoli, dietro ordine di Roatta, certamente avallato dal superiore  Ambrosio e da Badoglio. Vittorio Ambrosio, forse con il consenso di Badoglio,  non emise neanche   l’ordine esecutivo del piano segretissimo  chiamato O. P. 44 che prevedeva misure di reazione ai Tedeschi in Italia e nei Balcani.  Forse in tale situazione solo Garibaldi avrebbe dato battaglia- e l’avrebbe persa- come fece  nel 1849 quando Roma venne investita da diversi eserciti. Ma tra gli Italiani,  in quel frangente, non c’era nessuno che somigliasse anche lontanamente a Garibaldi. Nessuno di quei generali era nato con la vocazione dell’eroe o del martire. Il generale  Giacomo Carboni, personaggio controverso e fanfarone,  essendo poi stato messo sotto inchiesta per la mancata difesa di Roma, dopo la guerra, accusò Badoglio e i capi militari , Ambrosio e  Roatta   di aver  preparato la fuga anzitempo e di aver fatto un compromesso con Kesselring per poter scappare a Sud indisturbati, in cambio dell’abbandono dell’ esercito e di Mussolini sul Gran Sasso.  Di fatto Carboni fu lasciato solo a Roma  a togliere le castagne dal fuoco e se la cavò mettendosi in abiti borghesi e barcamenandosi in diversi modi. Tra gli autori che hanno ipotizzato il “patto scellerato” con i Tedeschi troviamo Ivan Palermo e soprattutto Ruggero Zangrandi. Secondo Melton Davis l’agente negoziatore con Kesselring potrebbe essere stato proprio Carboni, il quale  in quella  notte del 9 settembre stranamente si assentò per 4 ore.  Chi sa? Non si può escludere neanche che il contatto finalizzato all’accordo invece sia stato promosso proprio dal furbo Kesselring, tramite il colonnello  Dollmann o il generale Rintelen,  notoriamente amici degli italiani.  Sebbene un’insieme di circostanze concrete e documentate  inducano a  credere che  l’accordo vi sia stato ,  Elena Aga Rossi,  la storica più autorevole, ritiene che non vi sia stato un simile  patto, ma che   si trattò di una tacita corrispondenza di interessi, cioè una reciproca convenienza.

Bisogna accennare qualcosa  riguardo alla figura di  Vittorio Ambrosio. Generale d’armata, nel febbraio del 1943 aveva assunto la carica di capo di stato maggiore generale  al posto del maresciallo Ugo Cavallero silurato da Mussolini all’inizio di quell’anno. In occasione dell’ inchiesta  della Commissione Palermo, nel 1944, e dopo la guerra, nei procedimenti del tribunale militare di Roma, probabilmente anche lui, come gli altri ( Badoglio, Roatta, Carboni, Rossi)  mentì su alcuni fatti importanti,  ma bisogna dire che durante i giorni della crisi  fu il solo a mantenere la calma e  un certo contegno. Ambrosio aveva più volte  pungolato Mussolini - ma invano-  affinché  dicesse chiaro e tondo ad Hitler che l’Italia non era in grado di  continuare la guerra. Fu lui l’artefice principale  della manovra che condusse all’ arresto di Mussolini, nonché regista  dell’operazione armistiziale. In occasione degli incontri tra i  vertici militari seppe affrontare i Tedeschi con una certa energia, quando questi di fatto  stavano già occupando l’Italia.

Il segr. Alla guerra degli Stati Uniti, Henry Stimson, annota il 9 settembre sul suo Diario: “L’Italia si è arresa mentre i tedeschi tuttora occupano con grandi forze la penisola, cioè quando la resa significa un atto di sfida ai tedeschi che provocherà agli italiani inevitabili sofferenze per le sicure rappresaglie. (Marco Patricelli, “ Settembre 1943”, 2010, pag.105)

Nella notte del 8-9 settembre comincia lo sbarco nel golfo di Salerno, prima con 3 divisioni  che poi diventano 6, con alcune centinaia di navi, 5 portaerei inglesi, e con la supremazia aerea. Gli Alleati prendono terra la mattina del 9, ma dopo 2 giorni (11 settembre) si trovarono sul punto di essere  ributtati in mare  a causa della decisa  reazione tedesca. Un mezzo fallimento.

“Avalanche” era considerata da Montgomery come «un'operazione inutile e rischiosa», e sapeva che la 5ª Armata avrebbe dovuto vedersela con le migliori divisioni  tedesche in Italia. Secondo lui il risultato migliore che si sarebbe potuto ottenere a Salerno era una vittoria di Pirro, e non aveva senso esporre al pericolo anche i suoi. Questo giudizio si rivelò quanto mai profetico quando l'intensità dei contrattacchi tedeschi, causò quasi il disastro per la testa di ponte il 13 settembre (Eric Morris “La guerra inutile”, 1993).

Con  il cosiddetto  “armistizio”   gli Alleati ottennero dall’ Italia la consegna  della flotta  che era ciò che più li preoccupava; infatti la flotta da guerra,  malgrado la mancanza di carburante,  rappresentava ancora una temibile potenza. Questa,  tenuta al sicuro nel porto di La Spezia,  era pronta ad affrontare,  nel luogo dello sbarco, “ l’ultima battaglia”, cioè il  sacrificio finale, così credeva il comandante, ammiraglio  Carlo Bergamini.  Se vi fosse stato il concorso della flotta italiana insieme a quello delle truppe  di terra  forse l’attacco alleato nel golfo avrebbe potuto fallire miseramente . Questa è l’opinione di molti, tra cui il  citato giornalista e storico Domenico Bartoli (“L’italia si arrende”, 1988, pag. 74). È da notare che lo sbarco era  stato deciso già prima della resa italiana ( Quebec ,18 agosto) .  Eisenhower fece presente ai negoziatori italiani che lo avrebbero messo in atto comunque,  cioè anche senza armistizio. Fatto sta che sulle spiagge del golfo di  Salerno gli Angloamericani stavano per essere ricacciati in mare, nonostante che le forze italiane fossero inattive.  Elena Aga Rossi nel libro “L’inganno reciproco” pag. 37 , scrive:

La caduta di Mussolini capitava al momento più opportuno, nell'imminenza dello sbarco, e Eisenhower vide subito la possibilità di sfruttare l'occasione per raggiungere un armistizio prima dell'inizio delle operazioni, in modo da compensare la debolezza militare alleata.

 

Melton Davis nel libro citato, pag 222, scrive: Il generale Eisenhower nel rapporto a Marshall scrive : “L’inettitudine delle truppe italiane e la passività del governo Badoglio durante i giorni critici dello sbarco di Salerno delusero seriamente il comando alleato”.  Bella faccia tosta questo  Eisenhower !

Queste le considerazioni di Churchill  il  9 settembre 1943 :L’opinione pubblica deve essere gradualmente portata a rendersi conto di ciò che noi e i nostri stati maggiori abbiamo così chiaro in mente, e cioè la conversione dell’ Italia in una forza attiva contro la Germania. Se gli italiani saranno ovunque favorevoli, e il loro esercito verrà in nostro aiuto, lo schieramento di almeno una dozzina di divisioni italiane ci sarà di grande vantaggio per il mantenimento del fronte attraverso l’Italia” . Tuttavia gli Alleati non intendevano considerare ufficialmente  gli Italiani come nuovi alleati,  perché  sarebbe stata immorale l’alleanza con un paese fascista. Incredibilmente gli Alleati ancora consideravano l’Italia come fascista;  sembra che non comprendessero  il significato politico della rimozione di Mussolini e la caduta del fascismo. A suo tempo gli Alleati avevano stabilito che il trattamento  riservato alle potenze del patto tripartito, responsabili della guerra,   doveva essere la resa incondizionata. Non facendo distinzioni tra Germania nazista, impero giapponese e Italia fascista. E neanche tra Italia fascista e Italia senza Mussolini; come se l’estromissione del dittatore  e la caduta del fascismo avessero  poca rilevanza. Solo un mese dopo fu riconosciuta la cosiddetta  co-belligeranza; ma né allora né nel prosieguo della guerra  gli Alleati vollero sfruttare adeguatamente le residue  potenzialità delle forze italiane.

Ora dobbiamo  domandarci  perché fu scelto il golfo di Salerno per l’attacco alla penisola.  Questo è un  punto nodale.  Si dice: per assicurare  la copertura aerea dello sbarco da parte dell’ aviazione da  caccia che aveva basi in Sicilia,  e  Salerno rientrava giusto nel raggio operativo degli aerei da caccia. Dovremmo  domandarci: Ma  non bastavano gli aerei trasportati dalle 5  portaerei britanniche? Sembra di no. Bisogna osservare  che nelle massicce incursioni dei bombardieri alleati su Roma e su Frascati (mattina dell’ 8 settembre) le centinaia di pesanti bombardieri non  erano scortati dagli aerei  da caccia; inoltre neanche l’operazione “Giant 2”  che prevedeva molti aerei da trasporto e alianti  avrebbe avuto la protezione aerea, così  come anche la nave  con mezzi di sbarco  che avrebbe operato alla  foce del Tevere. E allora sembra che questa motivazione non  convinca abbastanza.

Una delle critiche più frequenti all’operato del governo Badoglio è il rifiuto della divisione americana ,  l’  abbandono e la mancata difesa della capitale. La maggioranza degli autori e osservatori sostiene che la difesa di Roma era possibile. Lasciamo perdere ora la consistenza delle forze italiane in campo, che di solito vengono sopravvalutate.  Ammettiamo che  vi fosse stata una valida resistenza (con o senza l’apporto della div. Americana) all’ aggressione germanica e che i Tedeschi fossero stati respinti e allontanati  dal Lazio. Ecco, dobbiamo allora porci la domanda:  Che cosa sarebbe successo dopo? Sembra che autori e storici militari abbiano  posto poca attenzione sul seguente aspetto.  Diamo uno sguardo alla carta geografica della penisola italiana.

Sappiamo dove è  il golfo di Salerno, sappiamo quale era la rete stradale e ferroviaria nel 1943. Roma costituiva un grande  nodo stradale e ferroviario .  Le autostrade  di oggi non esistevano. Per procedere da sud verso il Norditalia  uomini e automezzi devono passare per Roma. Dicevamo: cacciati i Tedeschi da Roma e dal Lazio, che cosa sarebbe successo poi?  Di fronte all’ invasione alleata si ponevano due alternative : I Tedeschi  si oppongono o si  ritirano verso nord ( linea gotica). Se lo sbarco si presentava forte,  dal centro-sud  si sarebbero ritirati, così hanno affermato dopo la guerra. In tale caso: per ritirarsi in buon’ordine  sarebbe stato possibile per un’intera armata defluire celermente e tranquillamente  sulla sola via adriatica o attraverso l’ Appennino  Abruzzese? Oppure sarebbe dovuta passare per forza  per Roma? In quest’ultimo caso l’armata di Kesselring non avrebbe investito Roma in forze, quando ancora gli Alleati erano lontani,  per aprirsi il passo verso il nord? E  con quali conseguenze  per Roma, la popolazione  e per le deboli forze italiane?

Nel secondo  caso: i Tedeschi non si sarebbero ritirati, come di fatto è avvenuto, in quanto  ritenevano di poter efficacemente contrastare lo sbarco alleato a Salerno, rivelatosi alquanto debole. In tal caso però, con Roma in mano nemica, l’armata tedesca sarebbe rimasta isolata nel centro-sud; senza vie di rifornimento,  praticamente in trappola. Se Roma fosse rimasta in mano di Italiani e della div. americana i Tedeschi  si sarebbero rassegnati a tale situazione? Non avrebbero ricevuto aiuto dalle forze del Norditalia (Rommel)  con il trasferimento  di  almeno due divisioni dalla Liguria e dall’Emilia ( ed erano capacissimi  di farlo nel giro di 48 ore) per attaccare di nuovo gli Italiani  in forze ? Occupata Roma avrebbero tenuto libere le vie di rifornimento per il sud e tenuto saldamente in mano la Penisola dalla linea Gustav  in su. Oltretutto,  nel giorno 12 avrebbero liberato Mussolini dalla prigione- albergo di Campo Imperatore (come in realtà avvenne) e messo in piedi la R.S.I,  la repubblica neofascista di Salò. Dunque era possibile difendere Roma  ed evitare la  fuga dalla capitale dei vertici dello stato?  Forse sì. Ma tra le due evenienze suddette quale sarebbe stata la meno rovinosa per  Roma e per l’ Italia? A questa domanda  non sarà mai possibile dare una risposta. Lo scrivente, cioè il sottoscritto, una domanda in proposito  l’ha rivolta ,  per un semplice scambio di opinioni, ad alcuni addetti ai lavori, cioè ad alcuni autori e storici qualificati. Marco Patricelli, alla mia domanda, ben articolata, ha saputo rispondere solo con un secco “Non sono d’accordo” e “ bisognava preparare prima  il rovescio delle alleanze”,  senza   dare dettagli e argomentazioni. L’ autore militare  Giovanni Cecini mi scrive tra l’altro: Tuttavia se il Regio Esercito (anche senza la divisione paracadutisti americana) avesse dimostrato sin da subito un contributo tale da facilitare Clark e al contempo avesse messo in difficoltà maggiore Kesselring, non saprei quest'ultimo cosa avrebbe potuto fare: se chiedere altre truppe all'antagonista Rommel o preferire arretrare su linee migliori. Questo forse non lo potrà dire nessuno.  Lo storico militare Francesco Mattesini (forse il migliore conoscitore dell’argomento) mi risponde con email del 30.6.2018 : La sua analisi non fa una piega, a parte un elemento. Dai documenti da me consultati, oltre al libro di Kesselring, il feldmaresciallo non si sarebbe ritirato, a meno che gli Alleati fossero sbarcati a Roma, e non a Salerno, dove riuscì a intrappolarli nelle spiagge.

 Conoscendo bene il personaggio, molte volte da me trattato in libri, saggi e articoli (è stato in assoluto il miglior comandante della Campagna d’Italia) non si sarebbe ritirato, ma avrebbe contato su un aiuto dal Nord,  che Hitler e l’OKW, per la facilità della conquista dell’Italia settentrionale da parte di Rommel, non gli avrebbero rifiutato. 

Un’opinione simile la esprime il citato  Domenico Bartoli :

Nessuno, neppure loro, saprebbe dire che cosa avrebbero fatto di fronte ad una minaccia così seria come quella dell’aviosbarco alle porte di  Roma. Soldati fino in fondo, si sarebbero tenacemente difesi. Ma il loro sforzo, invece di essere diretto al tentativo di buttare in mare  le forze che avevano preso terra a Salerno, si sarebbe concentrato nel tentativo di tenere aperta  la ritirata verso nord, sia delle due divisioni intorno a Roma, sia dell’armata di von Vietinghoff nel sud. Ecco il punto :” tenere aperta la ritirata verso nord”: e con questo ritorniamo al punto sopra esposto e cioè che Roma, nodo stradale,  sarebbe stata investita da un più pesante attacco da parte dell’armata germanica del sud in ritirata. Alcuni autori sostengono che a suo tempo  si doveva preparare “il rovescio delle alleanze”. Questo rappresenta un falso problema. Infatti,  ad avvenuto armistizio,  se gli Italiani  vengono attaccati dai Tedeschi   e devono  combattere, come in molti casi è avvenuto,   allora le alleanze sono di fatto rovesciate, diciamo automaticamente.  Dunque  sostanzialmente  l’Italia   diventa alleata degli Angloamericani, senza tanti formalismi politici o giuridici. Ma gli Alleati non intendono  elevare  al rango di alleato l’ Italia del re e di Badoglio, sebbene questi abbiano estromesso Mussolini. Solo  un mese dopo   viene riconosciuta all’Italia del sud la qualifica di “co-belligerante” ( dichiarazione di guerra alla Germania  il 18 ottobre 1943). Come ha scritto il biografo del generale  Alexander : “Lo strumento di resa, di fatto un armistizio, era anche implicitamente uno strumento di alleanza perché presupponeva l’aiuto  italiano contro i tedeschi e l’aiuto alleato per gli italiani”. Ciò dimostra le contraddizioni tra le   dichiarazioni come questa del generale Harold Alexander e l’effettiva condotta degli Alleati.

Non si deve dimenticare   che gli Alleati, Inglesi e Americani  sono venuti in Italia per liberarci  dai  nazifascisti,  e che non furono loro, ma  l’Italia fascista a dichiarare la guerra. Insomma non sono da considerare come invasori,  ma come liberatori. La penisola, dalla Sicilia al Norditalia è disseminata di cimiteri di guerra degli Alleati ( Americani, Inglesi, Canadesi, Polacchi, Indiani, Francesi, e altri). Tuttavia la coscienza di ciò non c’impedisce di rilevare gli incredibili errori, strategici e politici degli Anglo-americani, che hanno causato all’Italia  immani sciagure, cioè ulteriori sciagure dopo quella del fascismo.  Infine bisogna accennare  ad  errori imperdonabili che sfiorano la natura di crimini di guerra.

Il generale Eisenhower, che  è considerato come il più autorevole comandante alleato, nel dopoguerra   ha dichiarato che se gli Italiani non si fossero arresi non avrebbe esitato a  far bombardare Roma in modo pesante  (senza curarsi della presenza del Vaticano e del  grande  patrimonio storico e architettonico);   e c’è da credergli, visto che la guerra era passata  e poteva evitare questa dichiarazione che non gli fa onore. C’è da credergli, perché gli Alleati ne hanno dato prova con la inutile distruzione dell’abbazia di Montecassino. Il 13 agosto avvenne un massiccio bombardamento sulle città del nord e il secondo bombardamento su Roma, che causò notevoli danni. Il giorno seguente, il 14 agosto, il governo italiano  unilateralmente  dichiarò  Roma città aperta , quale città sacra e d’arte, di conseguenza furono evacuati dalla capitale impianti militari,  truppe, comandi  e  contraerea. Gli Alleati, che già avevano rifiutato di dichiarare concordemente Roma città aperta, affermarono poi  che, essendo quella una dichiarazione unilaterale,  non si ritenevano vincolati da ciò e si riservavano di agire comunque secondo i loro piani, nonostante vi fosse stata anche  una formale nota di protesta della segretaria di stato vaticana al governo di Londra e di Washington. “Radio Londra affermò che la dichiarazione italiana, essendo un atto unilaterale, lasciava al comando alleato completa libertà d’azione”(M. Davis,  op.cit. , pag. 253).

 Proseguiamo con altre esternazioni degli Alleati. In un’  occasione   fecero questa domanda ai negoziatori Italiani: “ma avete più paura dei Tedeschi che di noi?” Forse   questi non aveva ancora conosciuto bene i Tedeschi. Durante i contatti per le trattative, il  capo dello staff di Eisenhower,  gen. Bedel Smith, si lasciò sfuggire la seguente   incauta battuta  a Castellano: “ se avevamo a diposizione 15 divisioni non avremmo avuto bisogno di fare l’ armistizio!” Nel luglio 1943 avvenne il massacro   di  70 prigionieri di guerra italiani e tedeschi per mano di soldati americani (noto come il massacro di Biscari e Piano Stella). Gli stupri e saccheggi da parte delle truppe coloniali francesi (goumier marocchini) in Ciociaria e in Toscana, non furono puniti , né furono  impediti dai comandi alleati. Si considera, a torto,  che  gli  eserciti liberatori di paesi democratici non possano commettere simili nefandezze e crimini di guerra. Eppure ciò è stato. La condanna e fucilazione del generale Nicola Bellomo  (che aveva affrontato e cacciato i Tedeschi dal porto di Bari) da parte dei Britannici,  dopo un processo scandaloso, è un’altra macchia sulla reputazione dei “Liberatori”.

Castellano, rimasto ad Algeri con una missione militare che doveva coordinare l'azione congiunta tra le forze italiane e quelle alleate, cercava di far inviare navi italiane con rinforzi a Corfù e a Cefalonia. Nel corso delle due settimane seguenti, però, tutte le proposte avanzate dagli italiani per una collaborazione militare e per inserire unità italiane nelle divisioni alleate furono bloccate.  (Da Aga Rossi – L’inganno reciproco- pag. 70)

 

 Da Brindisi il  giovane contrammiraglio Giovanni Galati, di sua iniziativa,   si mise al comando di due torpediniereClio e Sirio, cariche  di viveri e munizioni, verso Cefalonia, in soccorso della  divisione  "Acqui", stremata,   che  resisteva all’ attacco dei Tedeschi. Avuta notizia della partenza, da loro non autorizzata,  il comando alleato ordinò perentoriamente di richiamare le navi con la conseguenza che il generale Gandin e la sua Divisione non ricevettero alcun aiuto via mare.

Lo sbarco ad Anzio e Nettuno del gennaio 1943 fu un altro clamoroso fiasco degli Alleati, che, dopo aver preso terra, non sfruttarono il fattore sorpresa per avanzare su Roma e lasciarono  ai Tedeschi il tempo di   organizzarsi e di opporre una decisa resistenza. Gli Alleati restarono bloccati  e in situazione precaria in un lembo di territorio fino ai primi di giugno,  quando venne sfondata la linea Gustav ( Cassino).   Alla data dell’ 8 settembre nei Balcani,  dalla Slovenia al Peloponneso  erano dislocate più di 30 divisioni italiane, il grosso dell’esercito. Da diverse parti gli Italiani furono attaccati  sia dai vecchi alleati tedeschi che dai nuovi alleati, i partigiani locali. Una piccola parte di militari riuscì a prendere il mare e raggiungere le coste italiane,  una parte oppose resistenza all’aggressione tedesca , una parte  collaborò con i partigiani locali fino alla liberazione, mentre la gran parte venne disarmata, fatta prigioniera e trasferita in Germania. C’è da domandarsi:  Come è stato possibile che mezzo esercito italiano dislocato nei Balcani  si sia sfaldato e sia stato sopraffatto in poco tempo? Perché non venne utilizzato  quel potenziale militare per fare un fronte compatto  per combattere gli occupanti nazisti  in  collaborazione con la resistenza locale? Una delle cause, forse  non l’unica,  va indicata nell’ inefficacia delle missioni inglesi che dovevano curare le relazioni  con la resistenza o i governi di quei paesi balcanici.

Un altro miserevole fallimento degli Alleati  avvenne nelle Isole del Dodecaneso,   a  Lero, Samo e Coo  l’esiguo contingente inglese inviato sull’isole, insieme alle forze italiane, venne sopraffatto dai Tedeschi  dopo alcuni giorni di aspre battaglie. Gli Inglesi furono fatti prigionieri, mentre  sugli Italiani si scatenò una sanguinosa rappressaglia.

Per  l’invasione della Sicilia gli Americani si servirono dell’aiuto della mafia italoamericana ( L. Luciano, C. Vizzini), che in effetti facilitò lo sbarco e l’avanzata degli Alleati,  almeno nella parte occidentale dell’isola. La conseguenza fu che  la mafia riconquistò in Sicilia  la posizione di potere   che aveva perduto durante il ventennio fascista ( Melton Davis, op.cit. pag 271).

Il generale  germanico  Fridolin  Von Senger  è  un personaggio degno di nota. Austriaco e cattolico,  ebbe il coraggio di disubbidire agli ordini  di Hitler (che aveva ordinato la fucilazione degli Italiani catturati) . Fu lui che, in accordo con il priore,  mise in salvo i preziosi beni culturali conservati nell’abbazia di Montecassino, trasferendoli a Roma con diversi autocarri.  Quando cominciò l’insensato bombardamento alleato  l’ abbazia era vuota.  Anche i Tedeschi l’avevano evacuata,  solo dopo vi  si arroccarono e tra le macerie e i ruderi delle imponenti mura fu ancora più difficile sloggiarli. Alla fine  Montecassino fu espugnato dal  sanguinoso assalto  dei Polacchi del generale Anders. Nel  monumentale cimitero di guerra polacco che si trova poco a valle dell’abbazia oggi  si  contano  oltre mille croci e si legge la scritta in 4 lingue:  «Per la nostra e la vostra libertà noi soldati polacchi demmo l'anima a Dio, i corpi alla terra d'Italia, alla Polonia i cuori»   Nel caso di Montecassino vediamo una situazione rovesciata, dove non sono i Tedeschi  nel ruolo dei   barbari  distruttori.

Altri particolari  marginali, ma non trascurabili.  Qualche anno prima dell’ armistizio Emilio Lussu (1990-1975)  propose  agli Inglesi di appoggiare una sollevazione  e guerriglia antifascista in Sardegna di cui egli stesso si sarebbe messo a capo. Se ne parlò a lungo, ma alla fine l’affare venne abbandonato. Ugualmente, negli Stati Uniti,  non prese corpo  l’ipotesi di un governo italiano  in esilio capeggiato dal fuoruscito Carlo Sforza ( 1872-1952). Sforza pensò anche di creare una “legione italiana” antifascista sotto la guida di Randolfo Pacciardi (1899-1991). Inoltre i Britannici non diedero seguito  alla progettata missione del generale  Pesenti in Nordafrica  ideata da Badoglio nel 1942.

 Elena Aga Rossi  titola  uno dei due libri sull’argomento  L' inganno reciproco. L'armistizio tra l'Italia e gli anglo-americani del settembre 1943”, Min. Beni Cult., 1993.  Inganno reciproco? L’inganno non fu poi così reciproco, cioè equivalente.  Quello italiano non fu inganno,   fu solo  un conato, casomai, un desiderio , dettato dallo stato di estrema necessità. Quello degli Alleati fu inganno bello e buono,  efficace e determinante. In parole povere: gli Italiani nella fase armistiziale vennero presi per la gola. Riassumiamo. 1) Uno degli inganni fu quello relativo al cosiddetto “Armistizio lungo”, un documento  più esteso e più penalizzante rispetto a quello che venne firmato da Castellano il 3 settembre. Gli Alleati fecero in modo che il documento non pervenisse subito al governo di Roma , e Zanussi,  a cui gli era stato consegnato, fu tenuto in isolamento e quasi sequestrato . A  Roma stranamente restò a lungo trascurato  e  fu poi  dovette essere sottoscritto  da Badoglio il 29 settembre insieme a Eisenhower. 2) Gli Alleati cambiarono le carte in tavola giocando con i due documenti: il cosiddetto “armistizio breve” e “armistizio lungo”. Quest’ultimo conteneva anche imposizioni nel campo politico ed economico, nonché la locuzione “resa incondizionata” che ovviamente per l’Italia appariva più mortificante. 3) Gli Italiani sopravvalutavano le forze degli Alleati  e questi glielo lasciarono credere. 4) Bedell Smith, capo dello staff  di Eisenhower, in certo modo forviò,  trasse in inganno Castellano sulla possibile data dello sbarco. 5) Gli Alleati certamente comprendevano che  lo sbarco troppo a sud non avrebbe consentito  di portare aiuto nella difesa di Roma e del governo, e forse anche per questo mantenevano il segreto sul luogo destinato,    altrimenti gli  Italiani non avrebbero accettato l’armistizio. 6)   Quella  dell’aviosbarco di una divisione  su Roma  fu un’offerta avventata o  forse  fatta in via strumentale,  cioè in malafede. Questi gli inganni; degli errori abbiamo già parlato ampiamente.

Gli Alleati, Inglesi ed Americani,  agirono con superficialità e presunzione, a volte con cinismo, il loro modo di operare fu  palesemente contraddittorio, quasi schizofrenico. Le incredibili contraddizioni possiamo facilmente leggerle  nei diversi documenti , dichiarazioni ed  esternazioni.    Dagli Italiani si aspettavano la collaborazione militare contro gli occupanti tedeschi, ma non intendevano considerare l’Italia come alleato.  Richiedevano che facessero la guerra all’ex alleato, ma gli sottraevano del tutto  le armi migliori (la flotta da guerra).  Gli Alleati  si aspettano l’aiuto degli  Italiani, ma sanno di non sono in grado di darne.  Da alcuni documenti  qui riportati,  sembra che sia gli Americani che i Britannici comprendessero la reale situazione di difficoltà degli Italiani e del governo Badoglio, ma in alcune dichiarazione sembra che l’Italia  era destinata  ad essere carne da macello.

Da Aga Rossi, “L’inganno reciproco: Opinione del presidente e del primo ministro sull'annuncio  trasmessa ad Eisenhower  l’8 settembre 1943:  E' opinione del presidente e del primo ministro che, essendo stato firmato l'accordo, voi dovreste fare l'annuncio pubblico qualora giudicaste  che questo faciliti le vostre operazioni militari. Non si deve avere nessuna  considerazione per le difficoltà che ciò potrebbe causare al governo italiano.

 In Ivan Palermo “ Storia di un armistizio”, 1965, pag.35  leggiamo: Lettera di Eden al segr. Stato usa Cordell Hull  del 14.1.1943 : “ …che i tedeschi siano costretti ad effettuare un’occupazione totale … in quest’ultima ipotesi i tedeschi dovrebbero fornire le truppe per l’occupazione dell’ Italia, ma sarebbero costretti a sostituire le truppe italiane  sul fronte russo, in Francia e nei Balcani.  Prosegue a pag. 35 : “… non dovremmo contare sulla possibilità di una pace separata ma dovremmo mirare a provocare in Italia tali disordini da richiedere un’occupazione tedesca.

Melton Davis in  “Chi difende Roma?”, pag. 181, afferma :   “Gli Alleati non riuscirono ad occupare nemmeno una delle tante posizioni abbandonate dalle forze italiane. E ogni vantaggio politico fu annullato ad usura dal gran numero di vittime che la resa provocò, dagli sconvolgimenti e dai guasti che arrecò  alla vita del paese, dal danno che causò ai piani alleati.”

Ancora delle citazioni tratte da Elena Aga Rossi. Riferimento al resoconto della riunione del 31 agosto, qui pubblicato come doc. 4.7.  396 Documenti - sezione 8. In questo momento gli italiani sono molto più spaventati dalla forza tedesca e dalle rappresaglie nel paese di quanto lo siano per la nostra minaccia di invasione o persino di incursioni aeree. Essi sono particolarmente preoccupati per l'area di Roma, e sembra certo che non faranno alcun tentativo per concordare un armistizio a meno che non venga loro assicurato un certo aiuto nell'area di Roma per stimolare la resistenza che le formazioni italiane in quella regione potrebbero opporre all'occupazione tedesca della città.

 Gli Alleati lamentano lo scarso o nullo apporto degli Italiani,  ma quando gli Italiani combattono i Tedeschi (Cefalonia)  essi non danno alcun aiuto, anzi si mettono di traverso, favorendo in tal modo il massacro della divisione Acqui.

Gli Alleati si aspettano  l’aiuto  degli Italiani, ma  da parte loro non sono in grado di assicurare  un aiuto  concreto  alla difesa di Roma. Per meglio dire: se gli Alleati hanno bisogno di aiuto, gli Italiani  ne hanno bisogno ancor di più e a maggior ragione.

La flotta da guerra, ancora abbastanza efficiente, invece di venire requisita e ricoverata a Malta, poteva  dare un apporto allo sbarco alleato. Meglio ancora, poteva essere utilizzata per trasferire alcune divisioni italiane da Sardegna e Corsica  (ve ne erano 6) sul litorale del Lazio in modo da concorrere alla difesa della capitale.

Sia gli Americani  che  gli Inglesi   hanno una visione grossolana e approssimativa, da un lato considerano ancora l’Italia come il paese fascista che ha dichiarato guerra. E per questo specialmente negli Inglesi  è presente una volontà punitiva. Per un generale britannico gli Italiani sono “quei maledetti  bastardi che volevano farci fuori dal Mediterraneo”. Il ministro Anthony Eden, ad esempio,  è  sempre stato  il più deciso antifascista e anche il maggior nemico dell’ Italia.

Se  gli Italiani,   fino al mese di giugno di quel 1943 si può dire che non avevano ancora conosciuto la guerra e i bombardamenti,  dal mese di luglio e ancor più dal giorno dell’armistizio , dovettero sperimentare da vicino la reale essenza della guerra. Definirla guerra sarebbe riduttivo. L’armistizio, con  la perniciosa decisione degli Angloamericani di attaccare la penisola partendo dal sud e con  gli altri madornali errori  causarono all’ Italia le più grandi sciagure: la guerra in casa  tra opposti eserciti,  la costituzione di un nuovo stato fascista nel nord,  20 mesi guerra civile tra Italiani,  i bombardamenti sulle città, rappresaglie, sangue e rovine. E, per di più,  la campagna d’Italia poi fu ritenuta addirittura  inutile per ammissione degli stessi  Inglesi ed Americani. È  opportuno fare anche un accenno al fatto che dopo  la caduta del fascismo erano stati liberati dal carcere gli antifascisti (non tutti,  per la verità),  erano ricomparsi i partiti e  si era costituito  il CLN sotto la presidenza di Ivanoe Bonomi. Il contributo del neonato CLN, nei 45 giorni del governo Badoglio e al momento della crisi dell’ 8 settembre, a parte qualche comizio e proclama velleitario,  fu praticamente nullo. Anzi l’operato del CLN  metteva il governo in una posizione ancor più difficile. Gli scioperi che si verificarono nel Norditalia (Torino)  nel mese di agosto,     furono repressi dal governo in modo violento, con arresti e morti. Il motivo può  essere comprensibile: il governo Badoglio, come anche il re,  temevano in particolare il  pericolo comunista, ma  soprattutto temevano  che ogni disordine, sciopero  o minaccia di sollevazione popolare poteva  costituire per i Tedeschi il  pretesto per un  intervento cruento contro il governo e l’ Italia.

Sopra ho accennato ad un punto di vista in controtendenza. Ma quale è la giusta e ponderata tendenza? I così detti memorialisti, cioè  coloro che sono stati coinvolti nei fatti, i protagonisti, inevitabilmente fanno un’esposizione a loro giustificazione  e secondo il loro comodo. Questi sono molti, solo di parte italiana: Carboni, Zanussi, Castellano, Roatta, Caviglia,  Badoglio, Marchesi, Cadorna,  De Courten,  Guariglia, Giaccone, Musco, Torsiello. Altri storici e osservatori dimostrano di essere troppo condizionati dalla loro inclinazione politica. Gli scritti sull’argomento di Montanelli e Trionfera risentono visibilmente del loro anticomunismo e senza mezzi termini  sparano su Carboni e criticano lo storico Zangrandi; quello di Bartoli sembra più equilibrato. Silvio Bertoldi, uno dei migliori storici e giornalisti dei nostri tempi,  nel libro  “Apocalisse italiana”, Rizzoli 1998, condanna in ogni aspetto quella classe politica e Badoglio in primo luogo,  che ha gestito l’armistizio e quanto ne è seguito. Purtroppo il  pur bravisimo Bertoldi, forse a causa della foga giornalistica, stranamente cade in alcuni errori materiali e anche sostanziali, soprattutto quando parla delle trame di Ambrosio. Insiste a sostenere l’ipotesi che Ambrosio tramasse affinchè Caviglia fosse nominato capo del governo al posto di Badoglio, il cui operato doveva essere sconfessato insieme  all’armistizio già firmato con gli Alleati. Tale piano sarebbe stato più  pazzesco che rischioso. La suddetta ipotesi infatti era già stata ritenuta illogica e priva di fondamento da diversi storici; ne è dimostrazione la posizione presa da Ambrosio (tramite l’intervento del maggiore Marchesi) in occasione  dell’improvvisato “consiglio della corona delle ore 18 dell’8 settembre.

 D’altra parte, le opere di autori come Ivan Palermo (figlio del senatore comunista Palermo) “ , Storia di un armistizio”, 1965,  e  di Ruggero Zangrandi ( 1915-1970) possono ritenersi contaminate dalla loro simpatia per la  sinistra.  La voluminosa opera di Ruggero Zangrandi “ L’Italia tradita.” Mursia 1971, purtroppo è anche inficiata dal fatto che l’autore aveva  forti  ( e comprensibili ) motivi di risentimento verso Badoglio.  Comunque non risulta che qualcuno  abbia potuto  contestare nel merito  le puntigliose argomentazioni e  la documentazione da lui esposte.

Anche l’ autorevole storica Elena Aga Rossi ( che è stata allieva di Renzo de Felice) ritiene  che fu un grave errore da parte dei capi la mancata diramazione  dell’ordine di esecuzione della cosiddetta memoria O.P. 44   dopo l’annuncio dell’armistizio. Commento: Molto più facile a dirsi che a farsi ! Sarebbe come  voler fare le nozze coi funghi! Riesce difficile spiegarsi come mai nessun autore, memorialista o storico stranamente non abbia ritenuto di analizzare e mettere a nudo  gli errori degli Angloamericani,  che in gran parte hanno determinato la catastrofe dell’ Italia  nel  settembre 1943.

 Gli Italiani, allora, nel dopoguerra e più oltre, possiamo dire che subirono una triplice forma di complesso: a) il sentimento del disonore (ingiustificato, per la verità)  derivante dal tradimento verso l’alleato germanico, che seguiva l’analogo rovescio di alleanze del 1915 e quindi la perdita di reputazione nel consesso internazionale. b) Il complesso di colpa e vergogna per aver dichiarato e iniziato una guerra di aggressione,  non giustificata e disonorevole (Francia, Grecia, Iugoslavia).  c)  Un complesso di sudditanza,  non solo politica, ma anche morale, soprattutto in termini di riconoscenza, verso gli Stati Uniti d’America. Forse sono questi sentimenti che hanno    prodotto  una rimozione dalla memoria degli eventi sgraditi,  condizionando anche la storiografia italiana riguardo all’argomento trattato.  A proposito del concetto del disonore e  del tradimento l’autore tedesco Erich Kuby , titola il suo libro del 1983 “Il tradimento tedesco. Come il terzo Reich portò l’Italia alla rovina”. La Germania di Hitler tradì l’Italia  di Mussolini  quando  segretamente strinse il patto scellerato con  Stalin  e nascose all’Italia l’intenzione di scatenare la guerra nel 1939 e di  aggredire la Polonia in accordo con l’ URSS . Quasi tutti gli  storici italiani non mancano di condannare e menare legnate su Badoglio, su quel governo e  sulla  casta militare.  Scaricare tutto sul personaggio  Badoglio appare così  gratuito e facile  che sarebbe  come picchiare un bambino. Attribuire tutte le colpe e  le responsabilità   al quel governo  (su di loro)  sarebbe   quasi  come dimenticare  che la situazione tragica del 1943 fu la diretta conseguenza  della politica fascista  e della sua folle  guerra  al seguito della Germania nazista.

 

(Luglio 2021)

 

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