Armistizio del 1943. Gli errori degli Alleati che causarono la rovina dell’Italia
(
Pietro N a t i )
I
fatti relativi all’ 8
settembre 1943, giorno dell’ armistizio, sono
tutt’ora poco conosciuti. Benché esista una vasta letteratura e
memorialistica molti aspetti
sono poco noti alla maggioranza del pubblico e per la verità tutt’oggi permangono lacune e misteri. Nei
tempi attuali, quando sono di moda il “negazionismo”, il “complottismo” e il
“revisionismo” si rischia di cadere nel banale sostenendo un
punto di vista in controtendenza, cioè
non in linea con la storiografia consolidata. L’ 8 settembre 1943 fu per l’ Italia e per gli Italiani un
disastro molto peggiore di quello di
Caporetto del 1917 durante la prima guerra mondiale. I fatti e gli antefatti
sono molti e assai intricati; resta obiettivamente difficile farne una
narrazione che sia breve e nel
contempo comprensibile ai più. Nel luglio
del 1943, con l’invasione della Sicilia da parte degli Anglo-americani, appare
chiaro che la guerra dell’Italia fascista è perduta. Ne consegue
l’estromissione e l’arresto di Mussolini il 25 luglio. Si pone quindi l’
impellente problema: L’ Italia deve uscire dalla guerra. Il governo semi-militare del maresciallo
Pietro Badoglio inizia con diversi tentativi- abbastanza maldestri, in verità- di contatti con gli Alleati, che da questi non vengono presi in seria
considerazione
(D’Ajeta,
Berio. Poco prima vi era stato quello della principessa Maria Josè tramite il
presidente portoghese Salazar) . Porre fine alla guerra. Ma in che modo? L’
Italia è tra l’incudine e il martello. Di fatto è un paese occupato dai
Tedeschi, che, dopo il 25 luglio, hanno ammassato
nella Penisola circa 17 divisioni, ed è attaccato dagli Alleati che cominciano a
bombardare pesantemente ( Il 19 luglio il bombardamento di Roma). E’ ovvio che
se il governo ottiene un armistizio separato con gli Alleati ed esce dalla
guerra subirà sicuramente la furia di Hitler e la feroce reazione delle truppe
di Kesselring. E conoscendo il modo di fare la guerra dei Tedeschi la prospettiva
appare poco meno che spaventosa. Chi e come ha portato il paese in questo
baratro è fin troppo noto e non ci torniamo sopra. Da Elena Aga Rossi, “Una nazione allo sbando”, il Mulino, 2003, pagg. 42 e 43, apprendiamo
che nel 1942 il ministro inglese Antony Eden è contrario alla pace separata e a
contatti preventivi con l’ Italia. Preferisce il crollo italiano, l’
occupazione germanica, in Italia , come
anche nei Balcani. Churchill dissente. Comunque il gabinetto stabilisce di non prendere impegni, cautela, e non accettazione di
approcci da Italiani. In gran segreto
gli Italiani riescono comunque a contattare e a trattare con gli Alleati a Lisbona, cioè accettano e sottoscrivono l’armistizio, nella sostanza una resa incondizionata ( 3 settembre 1943), la
quale dovrà essere pubblicamente dichiarata al momento del progettato
sbarco alleato sulla Penisola . Trattativa vera e propria non ci fu, gli
Alleati sono fermi nell’esigere la capitolazione, resa senza condizioni, come era stato deciso al convegno di Quebec (
“Quadrant “). Dunque prendere o lasciare. Gli Italiani tentennano, non si
comportano in modo lineare, e ciò insospettisce sempre di più gli Alleati, che non si fidano. Successe che gli
Anglo-americani, temendo di
Gli Italiani sperano che lo sbarco venga fatto in forze, come è avvenuto in Sicilia nel mese di luglio, e gli Alleati glielo lasciano
credere. In quanto alla data e al luogo dello sbarco questi
non si sbilanciano, nonostante le ripetute richieste del generale Castellano. Dunque gli Italiani
credono, devono sperare, che questo non avvenga a molta distanza dalla
capitale. Il luogo programmato per lo sbarco invece è a sud di Napoli, il golfo di Salerno. Troppo a sud, troppo
lontano per concorrere alla difesa di Roma e al salvataggio del governo. Gli
Alleati, come vedremo, giungeranno a
Roma 9 mesi dopo! Ma gli Alleati, se
avessero conosciuto la vera situazione che regnava in Italia, avrebbero potuto
sbarcare molto più a nord, tagliar fuori le divisioni tedesche ed evitare
sanguinosi combattimenti sulla strada
per Roma. (Melton Davis, “Chi difende Roma?”, 1972, pag.271)
Dal momento che gli Alleati decisero per il
golfo di Salerno, era decisa la condanna di Roma, del governo e la
rovina dell’Italia. Chi ha preso tale decisione? I capi politici alla conferenza di Quebec nei giorni dal 17 al
24 agosto 1943, proprio mentre a Lisbona
erano in corso i contatti per l’armistizio. Ma la decisione finale era demandata alla discrezione del generale Dwight D. Heisenhower, comandante in
capo alleato nel Sud-Europa. Abbiamo accennato all’inganno degli Alleati ( il gen. Eisenhower più tardi
lo definì “uno sporco affare”), ora bisogna accennare ai madornali errori commessi
dagli stessi Alleati. Sembrerebbe politicamente non corretto e anche ingeneroso attribuire la colpa delle disgrazie dell’ Italia agli Angloamericani, i quali vennero qui nel
ruolo di liberatori, tuttavia alcuni fatti non possono essere
ignorati. Dopo l’occupazione della
Sicilia le forze alleate nel mediterraneo erano state ridotte in uomini e mezzi
, che vennero inviati in Inghilterra per lo sbarco in Normandia programmato per
l’ anno seguente. In poche parole si dovrebbe dire: non avendo a disposizione
forze sufficienti era il caso di rinunciare all’ attacco alla penisola italiana
e concentrarsi sul futuro sbarco in Francia.
Elena Aga Rossi in “ L’inganno reciproco”, Pag. 37, scrive: Gli
Inglesi accusano Americani di aver
destinato poche forze all’invasione della penisola; gli Americani rimproverano
gli Inglesi di aver voluto lo sbarco in Italia causando il ritardo dello sbarco
in Normandia.
Perché
attaccare i Tedeschi partendo dal sud della Penisola? E perché non dalla Sardegna o Corsica, dove
le forze germaniche erano scarse e c’era disponibilità di porti e campi di aviazione da dove poter lanciare
l’attacco a Nord di Roma? È noto
( la prima guerra mondiale ha insegnato)
che il territorio aspro e montano favorisce chi deve difendersi e sfavorisce
chi deve avanzare. Dunque iniziare dal
basso la liberazione dell’ Italia fu un grave errore strategico. Gli
Angloamericani, infatti, dopo 19 mesi, sono
bloccati sulla linea gotica e non hanno
ancora raggiunto la pianura padana, mentre al nord, a solo dieci mesi dallo sbarco, essi sono
già nel cuore della Germania e i Sovietici in prossimità di Berlino. Nei Balcani i Tedeschi furono cacciati senza
l’intervento diretto degli Alleati, e l’esercito di liberazione di Tito giunse
a Trieste il 5 maggio 1945 , prima degli Inglesi (purtroppo per gli Italiani di
Trieste , Istria e Dalmazia che vissero
le persecuzioni nazionaliste di Tito e l’esodo in massa). Uno dei maggiori
storici militari inglesi, il generale Fuller, scrisse addirittura : Strategicamente la campagna più insensata
di tutta la guerra fu quella d’Italia. La resa incondizionata trasformò il
ventre molle in un dorso di coccodrillo, prolungò la guerra, ridusse l’Italia
in rovine e costò migliaia di vite inglesi e americane”. Max Salvadori in “Breve
storia della Resistenza italiana”- Vallecchi 1974 , scrive :“Ma l’opportunità venne perduta e l’Italia
centrale, che avrebbe potuto essere liberata in quel mese di settembre 1943,
venne coperta di rovine e di sangue. Le rovine erano tutte italiane, il sangue
fu italiano ed anche, soprattutto, alleato.” Nel voluminoso libro “Chi difende Roma”, 1973, di Melton
Davis, pag. 271, leggiamo: A giudizio
dei capi militari britannici, la Sardegna avrebbe costituito una base
migliore per una rapida conquista della penisola, anche se ciò avesse
comportato la necessità di lasciarsi Roma alle spalle. Secondo il generale
tedesco Von Senger, “Fedeli a questa
concezione, non diedero adeguata importanza alla Sardegna e alla Corsica (che
peraltro rappresentavano il punto più debole dei tedeschi). Da queste due
portaerei naturali avrebbero potuto coprire efficacemente eventuali sbarchi più a nord, con cui avrebbero
probabilmente tagliato fuori una grande massa di forze tedesche e abbreviato
decisamente la campagna d'Italia, permettendo così agli Alleati di far valere
efficacemente la loro totale superiorità aerea e navale”. Lo
storico britannico Basil Liddell Hart nel
dopoguerra ebbe modo di intervistare il generale tedesco Siegfried Westphal (1902-1982),
che fu collaboratore di Kesselring in Italia,
il quale si disse molto critico riguardo alla strategia alleata di
invasione dell'Italia. Secondo Westphal, se le forze impiegate a Salerno
fossero state impiegate a Civitavecchia, i risultati sarebbero stati probabilmente
più decisivi. Gli Alleati sapevano che a Roma erano dislocate appena due
divisioni tedesche, e uno sbarco combinato tra cielo e mare effettuato in
collegamento con le cinque divisioni italiane di stanza nella capitale, avrebbe
portato alla conquista della città in meno di 72 ore.
Dunque i
giudizi dei vari autori ed esperti sono unanimi nel riconoscere il grave errore
strategico (e aggiungiamo, politico) degli Angloamericani: la campagna d’Italia
fu una campagna sbagliata, inutile, lunga e sanguiniosa. Ai soli Alleati costò oltre 50 000 morti , e portò
ben poco contributo alla vittoria finale sul nazismo. L’
armistizio viene reso noto da Eisenhower da radio Algeri alle ore 18:30 dell’ 8 settembre, con grande
sorpresa e costernazione dei vertici italiani che si erano convinti (non si sa
come) che questo doveva essere
annunciato non prima del giorno 12. Lo sbarco nel golfo di Salerno ebbe inizio intorno alle ore 3 del giorno 9, dunque oltre
8 ore dopo la dichiarazione di armistizio. Le clausole dell’armistizio
prevedevano che la dichiarazione doveva avvenire al momento dello sbarco, né
dopo, ma meanche prima. Questa discrepanza temporale già si rivelava un fattore
oltremodo dannoso per gli Italiani; infatti
nella notte stessa dell’8 tedeschi cominciano ad agire con colpi di mano e
attacchi subdoli contro la divisione
Piacenza e la Granatieri , e al momento dello sbarco a Salerno, ore 3 del
9, alcune posizioni italiane a sud di
Roma erano già eliminate o compromesse (deposito carburanti di Mezzocamino). Il
10 settembre, dopo circa 30 ore di Il 10 settembre, dopo circa 30 ore di resistenza si sottoscrive
l’accordo di resa e l’occupazione di
Roma da parte delle truppe di Kesselring. Questi aveva minacciato il bombardamento
della capitale e il taglio degli
acquedotti che alimentano la città . La famiglia reale, il capo del governo Badoglio
e i capi militari si erano messi in viaggio partendo nella mattinata del 9 sulla via
Tiburtina, verso Pescara, come si dice, sono scappati. A Roma
restano alcuni membri del gabinetto Badoglio, tra cui il gen.
Sorice e il ministro degli esteri Guariglia, e inoltre l’ Ammiraglio Sansonetti
e il gen. Santoro ( aviazione). C’è il maresciallo Enrico Caviglia che prende
in mano la situazione e che, secondo alcuni, aumenta lo stato di confusione che
regna a Roma. Bisogna soffermarsi un poco su questo personaggio. Il maresciallo
d’Italia Enrico Caviglia è stato
l’unico generale, dopo Garibaldi, a vincere una battaglia (Vittorio
Veneto), è antifascista ed è un acerrimo nemico di
Badoglio da tanto tempo. Ora lo accusa
di aver abbandonato l’esercito, come anche a
Caporetto abbandonò le sue divisioni (e nonostante ciò venne promosso).
Caviglia, che è arrivato a Roma la
mattina dell’ 8 viaggiando in treno insieme ad Ambrosio, nel suo ricco diario forse non racconta
esattamente quello che ha fatto in quei
giorni a Roma. Ad esempio, non si sa se
in giornata dell’8 abbia conferito con
il re, e in tal caso che cosa si siano detti.
Mancando il re e il capo del governo ed essendo egli il militare più alto in grado (pur essendo pensionato) si è autoinvestito dei poteri militari e
civili, seguito da Sorice, Guariglia,
Carboni e Bonomi, i quali non
chiedevano di meglio che avere un capo
che si assumesse la grave
responsabilità del momento. Opinione personale dello scrivente- dico
opinione- è che, nel caso vi sia stato un accordo tra Kesselring
e i vertici italiani per la fuga, la
persona più adatta a fare da tramite
sarebbe stata proprio il maresciallo Caviglia, in virtù della sua fama e
statura di militare . Lo stesso, nel
diario, racconta di aver fatto visita al
quartier generale di Kesselring a Frascati, ma solo dopo la resa, per poi
tornarsene in Liguria. Visitò anche l’ambasciata tedesca a villa Wolkowski,
dove incontrò il maresciallo Ugo Cavallero che prevedeva di essere ucciso dai Tedeschi e che
dopo qualche giorno fu trovato suicida,
o “suicidato” con un colpo alla tempia. Il caso Cavallero è un’altra storia,
che ora non ci interessa. È mia opinione che il gen. Ambrosio si sia recato a Torino anche per consultarsi con Caviglia e chiedere il suo intervento a
Roma. A che scopo? Affinché prendesse in
mano la situazione e facesse in modo che intorno a Roma la resistenza all’ attacco germanico non
andasse oltre certi limiti; questo, allo scopo di evitare distruzioni e rappresaglie.
Secondo alcuni autori (R. Zangrandi , I.
Palermo) Ambrosio intendeva far silurare Badoglio come capo del governo
e far nominare appunto Caviglia al suo posto.
Ma questa ipotesi non trova fondamento, anzi è contraddetta dalla
posizione che Ambrosio assunse poco
dopo (intervento del maggiore Marchesi
al consiglio della corona). È da precisare che, dopo l’estromissione di
Mussolini, Caviglia era indicato da più parti come il miglior candidato a
ricoprire l’incarico di capo del governo, e anche che Vittorio Emanuele più volte
manifestò il suo malcontento riguardo al modo di agire di Badoglio. Infine bisogna aggiungere che la liberazione
di Mussolini sul Gran Sasso, con una
spettacolare calata di 12 alianti con
paracadutisti (agli ordini del maggiore
Mors, non di Skorzeny), avvenne senza
grandi problemi, in quanto i 50 e più carabinieri addetti alla custodia non
fecero alcuna resistenza. In precedenza questi avevano l’ordine di sopprimere
Mussolini in caso di attacco tedesco, ma poi
il capo della polizia Carmine Senise (1883-1958) , dette ai carcerieri (
ispettore Gueli) delle indicazioni
volutamente ambigue (“Usare massima prudenza”). Le clausole dell’armistizio
stabilivano che il duce doveva essere consegnato agli Alleati. Si dice,
ironicamente, che nella fretta di scappare sulla strada che conduce a Pescara,
i fuggiaschi del tutto si dimenticarono
dell’illustre prigioniero. Altri sostengono che l’abbandono di Mussolini sul
Gran Sasso rientrava nell’accordo
segreto fatto con Kesselring .
L’
aspetto più noto e fonte di critiche è
la fuga del re e di Badoglio verso Pescara e Brindisi insieme ai vertici
militari e l’aver lasciato senza ordini chiari e nell’incertezza le ingenti
truppe dislocate sulla Penisola e nei
Balcani. Quasi tutti gli storici
condannano l’operato del governo Badoglio e del re, che in quel modo causarono
lo sbando dell’esercito e pensarono solo alla loro salvezza. Nel caos generale,
la sorpresa e la tardiva diramazione di ordini (peraltro ambigui) , avviene lo
sbandamento, la resa, o la fuga verso
casa dei soldati italiani. In poco
tempo i Tedeschi ottengono il disarmo
della maggior parte delle forze sul territorio italiano e nei Balcani. Tra l’Italia e i Balcani circa 600 mila sono i
prigionieri che vengono deportati.
Nei 45 giorni del governo Badoglio la dominante,
era la paura, la paura della reazione tedesca. La speranza era riposta nella
eventualità che Kesselring, al
momento dell’invasione si ritirasse al nord senza combattere. Certamente
Badoglio, il suo governo e i capi
militari non erano i più adatti a fronteggiare tale situazione , a dir poco disperata. In quei
primi giorni di settembre , a Roma, tra i vertici italiani, si è verificata un’incredibile farsa
tragicomica, menzogne, reticenze, diffidenza, omissioni, inganni, scaricabarile. ( citiamo,
ad esempio, la condotta del gen. Carboni, l’assenza del gen. Ambrosio in un momento
cruciale, la missione segreta del gen. Tayler,
le dimenticanze di Badoglio, la venuta del vecchio maresciallo Caviglia, il cosiddetto consiglio della corona dell’ 8
settembre dove si stava quasi per decidere
di disconoscere l’armistizio già firmato il 3 scorso). Qualcuno forse
troverà in questo una similitudine con il malcostume della politica e dei politici del dopoguerra,
fino ai tempi attuali.
Un’ altra
critica che viene mossa ai capi riguarda la mancata difesa di Roma. A protezione della capitale c’erano 6
divisioni, almeno sulla carta, di cui 3 efficienti , da parte tedesca solo 2
divisioni, sebbene una di queste (Panzer Grenadiere, acquartierata nel
viterbese) contasse 18000 uomini, pari al totale delle 3 divisioni del cosiddetto
corpo motocorazzato del generale Carboni. Tra queste vi era la divisione
Centauro che era la vecchia milizia e che pertanto era ritenuta inaffidabile. Il
negoziatore, il generale Giuseppe Castellano aveva ottenuto la promessa dell’invio di una divisione americana aviotrasportata che
avrebbe sbarcato ( alianti e paracadutisti) sugli aeroporti di Cerveteri ,
Furbara e Guidonia, a cominciare dal giorno della dichiarazione dell’armistizio
(“operazione Giant 2“ ) e dello sbarco
via mare alla foce del Tevere di piccoli contingenti e pezzi di artiglieria
controcarro. Bisogna soffermarsi su
questo particolare e porsi il seguente interrogativo: Quella promessa fu fatta dagli
Alleati in buona fede, o in via del
tutto strumentale? L’intervento venne proposto dagli Alleati per
incoraggiare gli Italiani, ma anche per
indurre Castellano, ancora esitante, a mettere la firma al testo dell’armistizio. Eisenhower in due messaggi allo stato maggiore congiunto il 1 sett43
scrive che “ L’Italia è ormai di fatto
un paese occupato, almeno a Nord di Roma e che l’invio della divisione
costituiva l’unica possibilità per convincere gli Italiani a firmare
l’armistizio e per riuscire con il loro aiuto a prendere Roma.” ( Elena Aga
Rossi, “Una nazione allo sbando”, pag. 97) . La divisione aviotrasportata avrebbe preso terra in 4
ondate nell’arco di 4 giorni, nella misura di un reggimento per volta ( 2000
uomini). È noto che simili operazioni
sono sempre rischiose e gli Alleati già ne avevano fatto esperienza poco prima in Sicilia.
Lo stesso comandante della divisione, gen. Mattew Ridgwy (1895-1993) era fortemente preoccupato e contrario all’ operazione, il gen. Mark Clark ,
a capo della 5° armata americana la
disapprovava e si lamentava, perché quella era stata già destinata al lancio
sul territorio di Salerno ( Op. Giant1). Il
generale americano Mark Clark, incaricato del comando dell’ operazione Avalanche ( sbarco a
Salerno), nel suo libro “Calculated Risk” riteneva l'operazione Giant 2 “ futile, perché non riuscivo a capire come
i paracadutisti potessero aver successo nella loro impresa, di fronte al forte
concentramento tedesco vicino alla capitale, [...] né riuscivo a capire come
avremmo potuto aiutarli dal mare [...].”
Affinché l’aviosbarco avvenisse le misure, o
meglio le condizioni, richieste dagli
Alleati erano esagerate, sembravano
concepite proprio per indurre gli Italiani a rinunciarvi. Tra l’altro, chiedevano che gli aeroporti interessati fossero tenuti
sgombri dai Tedeschi, che venissero neutralizzate le batterie antiaeree (che per
lo più erano tedesche) e inoltre la fornitura di alcune centinaia di automezzi
e carburanti. Non basta: gli Italiani dovevano provvedere allo sgombero e
controllo di una fascia di 20 chilometri a cavallo del Tevere. Una cosa da niente!
Questi provvedimenti avrebbero richiesto un ruolo attivo delle forze italiane
ed iniziative che, come minimo, avrebbero insospettito i Tedeschi. Non solo, gli
Italiani, in tal modo, avrebbero perfino dovuto aprire le ostilità contro i Tedeschi già prima dell’armistizio e senza
dichiarazione di guerra. Bisogna considerare che dopo la caduta del fascismo
(25 luglio) Hitler fece subito predisporre dei piani di intervento in Italia (in
codice: Alarico e Achse) che prevedevano
il disarmo dell’esercito, la cattura del governo, del re e un severo
trattamento degli Italiani. Si filava quindi
sulla lama del rasoio e si andava avanti nella finzione di “la
guerra continua” con reciproca diffidenza. Nella notte del 7-8 settembre Badoglio,
supportato e consigliato da Carboni, rifiutò l’invio della divisione americana e
gli Alleati fermarono l’operazione giusto in tempo, perché questa era già avviata. Era già avviata
con l’imbarco dei primi contingenti dalla Sicilia, così dicono. Sarà vero… Il giorno 7 settembre, come annunciato, in segreto, erano venuti a Roma due alti ufficiali americani (rischiando di
essere scoperti dai Tedeschi e di essere
trattati come spie). Uno dei due è il generale Maxwel Tayler, vicecomandante della 82°
divisione paracadutisti. Lo scopo della
loro missiome era di prendere visione
dei luoghi dell’aviosbarco, verificare i
provvedimenti presi dagli Italiani e concordare i dettagli dell’ operazione.
Il capo di stato maggiore generale
(comando supremo) generale Vittorio Ambrosio, incredibilmente era assente, in quanto proprio in quel frangente cruciale si
era recato a Torino per alcune questioni familiari e per mettere al sicuro
alcuni documenti riservati, così dichiarò alla commissione d’inchiesta l’anno
seguente. È chiaro che Ambrosio voleva evitare d’ incontrare i due ufficiali americani.
Questi stavano sulle spine perché sapevano che l’aviosbarco su Roma
e la dichiarazione dell’armistizio sarebbero avvenuti il giorno dopo e
lo annunciarono al generale Carboni, che ne restò allibito e fece presente a Taylor, a sua volta sbalordito, che niente avevano approntato e che non erano
in grado di garantire la sicurezza dell’operazione. Carboni esagerò anche nel
rappresentare la situazione: forze insufficienti,
mancanza di carburante, Tedeschi che controllavano gli aeroporti, ecc. (non era
vero). Dunque bisognava rinunciare all’ aviosbarco della divisione
paracadutisti. Di conseguenza gli americani telegrafarono ad Eisenhower
che fece sospendere l’operazione.
Inoltre con apposito telegramma al comando alleato Badoglio chiedeva
il rinvio della dichiarazione d’armistizio. Fu un errore da parte degli Italiani? La maggior parte dei
memorialisti militari e degli storici
sostengono di sì. Il lancio su Roma di quella divisione, sebbene a piccoli
lotti, avrebbe contribuito al morale degli Italiani e li avrebbe incoraggiati a
resistere all’attacco tedesco. D’altra parte era anche possibile che la pronta
reazione tedesca avrebbe decimato paracadutisti e alianti nel prendere terra. Il gen. Carboni, messo al
comando del corpo d’ armata a difesa della capitale, sosteneva che gli Alleati
erano in malafede e che non intendevano veramente eseguire quell’operazione. Questo
generale rivestiva anche l’incarico di
capo del S.I.M. (i servizi segreti
militari). Ma Carboni non può essere
degno di fede, vista la sua personalità
e la sua condotta prima e dopo l’armistizio. È comunque lecito il sospetto che gli Alleati potessero aver
bleffato anche in questo caso e che avessero fatto quell’offerta per ottenere l’accettazione dell’ armistizio.
Oppure, si può anche supporre che l’offerta
fosse
stata fatta in buona fede, ma che poi sia
sopravvenuto un ripensamento e abbiano cercato una scappatoia, cioè un pretesto per
annullare l’operazione. In tal caso la rischiosa missione del gen. Tayler a
Roma sarebbe da considerarsi proprio finalizzata a trovare quel pretesto. Infatti i due ufficiali americani non faticarono molto a trovare il “pretesto”, e non si
affannarono per convincere Carboni e Badoglio ad accettare l’aiuto della
divisione alleata. Questo, se corrispondesse al vero, sarebbe uno dei diversi
inganni messi in atto dagli Angloamericani. Una cosa è sicura: gli Italiani e
il governo Badoglio sono paralizzati dalla paura legata alla possibile reazione
tedesca. È certo che non intendevano dare battaglia e
giustamente non volevano essere loro a
provocarla. Se già dal giorno 5 settembre avessero pensato e già programmato la
fuga da Roma, come alcuni storici hanno
sostenuto, questo non ha grande
rilevanza ai fini di questa narrazione. Se la data della dichiarazione dell’
armistizio fosse stata quella del giorno 12, come i capi si erano convinti, anziché, il giorno
8, questi ugualmente si sarebbero trovati impreparati alla difesa, perché non
c’era l’ intenzione di combattere presso
la capitale. La maggior parte degli autori, storici, giornalisti e osservatori sostengono
che la rinuncia a difendere Roma fu uno
sbaglio e che la fuga verso Pescara fu una cosa vergognosa. Certamente la
partenza di Badoglio, della famiglia
reale e dei massimi capi militari con un codazzo di generali e ufficiali ansiosi
di mettersi in salvo non fu una cosa edificante ( lo spettacolo dato al porto
di Ortona fu a dir poco penoso). D’altro
canto, bisogna considerare che opporre resistenza avrebbe significato esporre
la capitale a grandi distruzioni e la popolazione a immani sofferenze. Per questo, forse, dopo alcune ore
di combattimenti (div. Ariete di Cadorna
a Nord, div. Granatieri a sud di Roma) il grosso delle forze fu dirottato verso
Tivoli, dietro ordine di Roatta, certamente avallato dal superiore Ambrosio e da Badoglio. Vittorio Ambrosio,
forse con il consenso di Badoglio, non
emise neanche l’ordine esecutivo del
piano segretissimo chiamato O. P. 44 che
prevedeva misure di reazione ai Tedeschi in Italia e nei Balcani. Forse in tale situazione solo Garibaldi
avrebbe dato battaglia- e l’avrebbe persa- come fece nel 1849 quando Roma venne investita da
diversi eserciti. Ma tra gli Italiani,
in quel frangente, non c’era nessuno che somigliasse anche lontanamente a
Garibaldi. Nessuno di quei generali era nato con la vocazione dell’eroe o del
martire. Il generale Giacomo Carboni,
personaggio controverso e fanfarone, essendo poi stato messo sotto inchiesta per la
mancata difesa di Roma, dopo la guerra, accusò Badoglio e i capi militari , Ambrosio
e Roatta di aver
preparato la fuga anzitempo e di aver
fatto un compromesso con Kesselring per poter scappare a Sud indisturbati, in
cambio dell’abbandono dell’ esercito e di Mussolini sul Gran Sasso. Di fatto Carboni fu lasciato solo a Roma a togliere le castagne dal fuoco e se la cavò
mettendosi in abiti borghesi e barcamenandosi in diversi modi. Tra gli autori
che hanno ipotizzato il “patto scellerato” con i Tedeschi troviamo Ivan Palermo
e soprattutto Ruggero Zangrandi. Secondo Melton Davis l’agente negoziatore con
Kesselring potrebbe essere stato proprio Carboni, il quale in quella notte del 9 settembre stranamente si assentò
per 4 ore. Chi sa? Non si può escludere neanche
che il contatto finalizzato all’accordo invece sia stato promosso proprio dal
furbo Kesselring, tramite il colonnello
Dollmann o il generale Rintelen, notoriamente
amici degli italiani. Sebbene un’insieme
di circostanze concrete e documentate inducano
a credere che l’accordo vi sia stato , Elena Aga Rossi, la storica più autorevole, ritiene che non vi
sia stato un simile patto, ma che si
trattò di una tacita corrispondenza di interessi, cioè una reciproca
convenienza.
Bisogna
accennare qualcosa riguardo alla figura
di Vittorio Ambrosio. Generale
d’armata, nel febbraio del 1943 aveva assunto la carica di capo di stato
maggiore generale al posto del
maresciallo Ugo Cavallero silurato da Mussolini all’inizio di quell’anno. In
occasione dell’ inchiesta della
Commissione Palermo, nel 1944, e dopo la guerra, nei procedimenti del tribunale
militare di Roma, probabilmente anche lui, come gli altri ( Badoglio, Roatta,
Carboni, Rossi) mentì su alcuni fatti
importanti, ma bisogna dire che durante
i giorni della crisi fu il solo a mantenere
la calma e un certo contegno. Ambrosio
aveva più volte pungolato Mussolini - ma
invano- affinché dicesse chiaro e tondo ad Hitler che l’Italia
non era in grado di continuare la
guerra. Fu lui l’artefice principale
della manovra che condusse all’ arresto di Mussolini, nonché
regista dell’operazione armistiziale. In
occasione degli incontri tra i vertici
militari seppe affrontare i Tedeschi con una certa energia, quando questi di
fatto stavano già occupando l’Italia.
Il segr. Alla guerra degli Stati Uniti, Henry Stimson, annota
il 9 settembre sul suo Diario: “L’Italia si è arresa mentre i tedeschi tuttora
occupano con grandi forze la penisola, cioè quando la resa significa un atto di
sfida ai tedeschi che provocherà agli italiani inevitabili sofferenze per le
sicure rappresaglie. (Marco Patricelli, “ Settembre 1943”, 2010, pag.105)
Nella
notte del 8-9 settembre comincia lo sbarco nel golfo di Salerno, prima con 3
divisioni che poi diventano 6, con alcune
centinaia di navi, 5 portaerei inglesi, e con la supremazia aerea. Gli Alleati
prendono terra la mattina del 9, ma dopo 2 giorni (11 settembre) si trovarono
sul punto di essere ributtati in mare a causa della decisa reazione tedesca. Un mezzo fallimento.
“Avalanche” era
considerata da Montgomery come «un'operazione inutile e rischiosa», e sapeva
che la 5ª Armata avrebbe dovuto vedersela con le migliori
divisioni tedesche in Italia. Secondo lui il risultato migliore che
si sarebbe potuto ottenere a Salerno era una vittoria di Pirro, e non aveva
senso esporre al pericolo anche i suoi. Questo giudizio si rivelò quanto mai
profetico quando l'intensità dei contrattacchi tedeschi, causò quasi il
disastro per la testa di ponte il 13 settembre (Eric Morris “La guerra
inutile”, 1993).
Con il cosiddetto
“armistizio” gli Alleati
ottennero dall’ Italia la consegna della
flotta che era ciò che più li
preoccupava; infatti la flotta da guerra, malgrado la mancanza di carburante, rappresentava ancora una temibile potenza.
Questa, tenuta al sicuro nel porto di La
Spezia, era pronta ad affrontare, nel luogo dello sbarco, “ l’ultima battaglia”,
cioè il sacrificio finale, così credeva
il comandante, ammiraglio Carlo Bergamini. Se vi fosse stato il concorso della flotta
italiana insieme a quello delle truppe di terra forse l’attacco alleato nel golfo avrebbe
potuto fallire miseramente . Questa è l’opinione di molti, tra cui il citato giornalista e storico Domenico Bartoli
(“L’italia si arrende”, 1988, pag. 74). È da notare che lo sbarco era stato deciso già prima della resa italiana (
Quebec ,18 agosto) . Eisenhower fece
presente ai negoziatori italiani che lo avrebbero messo in atto comunque, cioè anche senza armistizio. Fatto sta che
sulle spiagge del golfo di Salerno gli
Angloamericani stavano per essere ricacciati in mare, nonostante che le forze
italiane fossero inattive. Elena Aga Rossi nel
libro “L’inganno reciproco” pag. 37 , scrive:
La caduta di Mussolini capitava al momento
più opportuno, nell'imminenza dello sbarco, e Eisenhower vide subito la
possibilità di sfruttare l'occasione per raggiungere un armistizio prima
dell'inizio delle operazioni, in modo da compensare la debolezza militare alleata.
Melton
Davis nel libro citato, pag 222, scrive: Il generale Eisenhower nel rapporto a
Marshall scrive : “L’inettitudine delle
truppe italiane e la passività del governo Badoglio durante i giorni critici
dello sbarco di Salerno delusero seriamente il comando alleato”. Bella faccia tosta questo Eisenhower !
Queste le
considerazioni di Churchill il 9 settembre 1943 : “L’opinione pubblica deve essere gradualmente portata a
rendersi conto di ciò che noi e i nostri stati maggiori abbiamo così chiaro in
mente, e cioè la conversione dell’ Italia in una forza attiva contro la
Germania. Se
gli italiani saranno ovunque favorevoli, e il loro esercito verrà in nostro
aiuto, lo schieramento di almeno una dozzina di divisioni italiane ci sarà di
grande vantaggio per il mantenimento del fronte attraverso l’Italia” . Tuttavia
gli Alleati non intendevano considerare ufficialmente gli Italiani come nuovi alleati, perché
sarebbe stata immorale l’alleanza con un paese fascista. Incredibilmente
gli Alleati ancora consideravano l’Italia come fascista; sembra che non comprendessero il significato politico della rimozione di
Mussolini e la caduta del fascismo. A suo tempo gli Alleati avevano stabilito
che il trattamento riservato alle
potenze del patto tripartito, responsabili della guerra, doveva essere la resa incondizionata. Non
facendo distinzioni tra Germania nazista, impero giapponese e Italia fascista.
E neanche tra Italia fascista e Italia senza Mussolini; come se l’estromissione
del dittatore e la caduta del fascismo
avessero poca rilevanza. Solo un mese
dopo fu riconosciuta la cosiddetta co-belligeranza;
ma né allora né nel prosieguo della guerra gli Alleati vollero sfruttare adeguatamente le
residue potenzialità delle forze italiane.
Ora dobbiamo
domandarci perché fu scelto il golfo di Salerno per
l’attacco alla penisola. Questo è un punto nodale. Si dice: per assicurare la copertura aerea dello sbarco da parte dell’
aviazione da caccia che aveva basi in
Sicilia, e Salerno rientrava giusto nel raggio operativo
degli aerei da caccia. Dovremmo domandarci:
Ma non bastavano gli aerei trasportati
dalle 5 portaerei britanniche? Sembra di
no. Bisogna osservare che nelle massicce
incursioni dei bombardieri alleati su Roma e su Frascati (mattina dell’ 8
settembre) le centinaia di pesanti bombardieri non erano scortati dagli aerei da caccia; inoltre neanche l’operazione
“Giant 2” che prevedeva molti aerei da
trasporto e alianti avrebbe avuto la
protezione aerea, così come anche la
nave con mezzi di sbarco che avrebbe operato alla foce del Tevere. E allora sembra che questa
motivazione non convinca abbastanza.
Una delle critiche più
frequenti all’operato del governo Badoglio è il rifiuto della divisione americana
, l’
abbandono e la mancata difesa della capitale. La maggioranza degli
autori e osservatori sostiene che la difesa di Roma era possibile. Lasciamo
perdere ora la consistenza delle forze italiane in campo, che di solito vengono
sopravvalutate. Ammettiamo che vi fosse stata una valida resistenza (con o
senza l’apporto della div. Americana) all’ aggressione germanica e che i
Tedeschi fossero stati respinti e allontanati dal Lazio. Ecco, dobbiamo allora porci la
domanda: Che cosa sarebbe successo dopo?
Sembra che autori e storici militari abbiano
posto poca attenzione sul seguente aspetto. Diamo uno sguardo alla carta geografica della
penisola italiana.
Sappiamo dove è il golfo di Salerno, sappiamo quale era la
rete stradale e ferroviaria nel 1943. Roma costituiva un grande nodo stradale e ferroviario . Le autostrade
di oggi non esistevano. Per procedere da sud verso il Norditalia uomini e automezzi devono passare per Roma.
Dicevamo: cacciati i Tedeschi da Roma e dal Lazio, che cosa sarebbe successo
poi? Di fronte all’ invasione alleata si
ponevano due alternative : I Tedeschi si
oppongono o si ritirano verso nord (
linea gotica). Se lo sbarco si presentava forte, dal centro-sud si sarebbero ritirati, così hanno affermato
dopo la guerra. In tale caso: per ritirarsi in buon’ordine sarebbe stato possibile per un’intera armata
defluire celermente e tranquillamente
sulla sola via adriatica o attraverso l’ Appennino Abruzzese? Oppure sarebbe dovuta passare per
forza per Roma? In quest’ultimo caso l’armata
di Kesselring non avrebbe investito Roma in forze, quando ancora gli Alleati
erano lontani, per aprirsi il passo
verso il nord? E con quali conseguenze per Roma, la popolazione e per le deboli forze italiane?
Nel secondo caso: i Tedeschi non si sarebbero ritirati,
come di fatto è avvenuto, in quanto
ritenevano di poter efficacemente contrastare lo sbarco alleato a
Salerno, rivelatosi alquanto debole. In tal caso però, con Roma in mano nemica,
l’armata tedesca sarebbe rimasta isolata nel centro-sud; senza vie di
rifornimento, praticamente in trappola.
Se Roma fosse rimasta in mano di Italiani e della div. americana i
Tedeschi si sarebbero rassegnati a tale
situazione? Non avrebbero ricevuto aiuto dalle forze del Norditalia (Rommel) con il trasferimento di almeno due divisioni dalla Liguria e
dall’Emilia ( ed erano capacissimi di
farlo nel giro di 48 ore) per attaccare di nuovo gli Italiani in forze ? Occupata Roma avrebbero tenuto
libere le vie di rifornimento per il sud e tenuto saldamente in mano la
Penisola dalla linea Gustav in su.
Oltretutto, nel giorno 12 avrebbero liberato
Mussolini dalla prigione- albergo di Campo Imperatore (come in realtà avvenne)
e messo in piedi la R.S.I, la repubblica
neofascista di Salò. Dunque era possibile difendere Roma ed evitare la fuga dalla capitale dei vertici dello
stato? Forse sì. Ma tra le due evenienze
suddette quale sarebbe stata la meno rovinosa per Roma e per l’ Italia? A questa domanda non sarà mai possibile dare una risposta. Lo
scrivente, cioè il sottoscritto, una domanda in proposito l’ha rivolta , per un semplice scambio di opinioni, ad alcuni
addetti ai lavori, cioè ad alcuni autori e storici qualificati. Marco
Patricelli, alla mia domanda, ben articolata, ha saputo rispondere solo con un
secco “Non sono d’accordo” e “ bisognava preparare prima il rovescio delle alleanze”, senza dare dettagli e argomentazioni. L’ autore
militare Giovanni Cecini mi scrive tra
l’altro: Tuttavia se il Regio Esercito (anche senza la divisione
paracadutisti americana) avesse dimostrato sin da subito un contributo tale da
facilitare Clark e al contempo avesse messo in difficoltà maggiore Kesselring,
non saprei quest'ultimo cosa avrebbe potuto fare: se chiedere altre truppe
all'antagonista Rommel o preferire arretrare su linee migliori. Questo forse
non lo potrà dire nessuno. Lo storico militare
Francesco Mattesini (forse il migliore conoscitore dell’argomento) mi risponde
con email del 30.6.2018 : La sua analisi non fa una piega, a parte un elemento. Dai documenti da me consultati, oltre al libro di Kesselring, il
feldmaresciallo non si sarebbe ritirato, a meno che gli Alleati fossero
sbarcati a Roma, e non a Salerno, dove riuscì a intrappolarli nelle spiagge.
Conoscendo
bene il personaggio, molte volte da me trattato in libri, saggi e articoli (è
stato in assoluto il miglior comandante della Campagna d’Italia) non si sarebbe
ritirato, ma avrebbe contato su un aiuto dal Nord, che Hitler e l’OKW,
per la facilità della conquista dell’Italia settentrionale da parte di Rommel,
non gli avrebbero rifiutato.
Un’opinione simile la esprime il citato Domenico Bartoli :
Nessuno, neppure loro,
saprebbe dire che cosa avrebbero fatto di fronte ad una minaccia così seria
come quella dell’aviosbarco alle porte di
Roma. Soldati fino in fondo, si sarebbero tenacemente difesi. Ma il loro
sforzo, invece di essere diretto al tentativo di buttare in mare le forze che avevano preso terra a Salerno,
si sarebbe concentrato nel tentativo di tenere aperta la ritirata verso nord, sia delle due
divisioni intorno a Roma, sia dell’armata di von Vietinghoff nel sud. Ecco il punto :” tenere aperta la ritirata verso nord”: e con
questo ritorniamo al punto sopra esposto e cioè che Roma, nodo stradale, sarebbe stata investita da un più pesante
attacco da parte dell’armata germanica del sud in ritirata. Alcuni
autori sostengono che a suo tempo si
doveva preparare “il rovescio delle alleanze”. Questo rappresenta un falso
problema. Infatti, ad avvenuto armistizio,
se gli Italiani vengono attaccati dai Tedeschi e devono
combattere, come in molti casi è
avvenuto, allora le alleanze sono di fatto rovesciate,
diciamo automaticamente. Dunque sostanzialmente l’Italia diventa
alleata degli Angloamericani, senza tanti formalismi politici o giuridici. Ma
gli Alleati non intendono elevare al rango di alleato l’ Italia del re e di
Badoglio, sebbene questi abbiano estromesso Mussolini. Solo un mese dopo
viene riconosciuta all’Italia del
sud la qualifica di “co-belligerante” ( dichiarazione di guerra alla
Germania il 18 ottobre 1943). Come ha scritto il biografo del generale Alexander : “Lo strumento di resa, di fatto un armistizio, era anche implicitamente
uno strumento di alleanza perché presupponeva l’aiuto italiano contro i tedeschi e l’aiuto alleato
per gli italiani”. Ciò dimostra le contraddizioni tra le dichiarazioni come questa del generale
Harold Alexander e l’effettiva condotta degli Alleati.
Non si deve dimenticare che gli Alleati, Inglesi e Americani sono venuti in Italia per liberarci dai nazifascisti, e che non furono loro, ma l’Italia fascista a dichiarare la guerra.
Insomma non sono da considerare come invasori, ma come liberatori. La penisola, dalla Sicilia
al Norditalia è disseminata di cimiteri di guerra degli Alleati ( Americani,
Inglesi, Canadesi, Polacchi, Indiani, Francesi, e altri). Tuttavia la coscienza
di ciò non c’impedisce di rilevare gli incredibili errori, strategici e
politici degli Anglo-americani, che hanno causato all’Italia immani sciagure, cioè ulteriori sciagure dopo
quella del fascismo. Infine bisogna
accennare ad errori imperdonabili che sfiorano la natura
di crimini di guerra.
Il generale Eisenhower,
che è considerato come il più autorevole
comandante alleato, nel dopoguerra ha
dichiarato che se gli Italiani non si fossero arresi non avrebbe esitato a far bombardare Roma in modo pesante (senza curarsi della presenza del Vaticano e
del grande patrimonio storico e architettonico); e c’è da credergli, visto che la guerra era
passata e poteva evitare questa
dichiarazione che non gli fa onore. C’è da credergli, perché gli Alleati ne
hanno dato prova con la inutile distruzione dell’abbazia di Montecassino. Il 13
agosto avvenne un massiccio bombardamento sulle città del nord e il secondo
bombardamento su Roma, che causò notevoli danni. Il giorno seguente, il 14
agosto, il governo italiano unilateralmente dichiarò Roma città aperta , quale città sacra e
d’arte, di conseguenza furono evacuati dalla capitale impianti militari, truppe, comandi e contraerea. Gli Alleati, che già avevano
rifiutato di dichiarare concordemente Roma città aperta, affermarono poi che, essendo quella una dichiarazione
unilaterale, non si ritenevano vincolati
da ciò e si riservavano di agire comunque secondo i loro piani, nonostante vi
fosse stata anche una formale nota di
protesta della segretaria di stato vaticana al governo di Londra e di
Washington. “Radio Londra affermò che la dichiarazione italiana, essendo un
atto unilaterale, lasciava al comando alleato completa libertà d’azione”(M.
Davis, op.cit. , pag. 253).
Proseguiamo con altre esternazioni degli Alleati.
In un’ occasione fecero questa domanda ai negoziatori
Italiani: “ma avete più paura dei Tedeschi che di noi?” Forse questi non aveva ancora conosciuto bene i
Tedeschi. Durante i contatti per le trattative, il capo dello staff di Eisenhower, gen. Bedel Smith, si lasciò sfuggire la seguente
incauta battuta a Castellano: “ se avevamo a diposizione 15
divisioni non avremmo avuto bisogno di fare l’ armistizio!” Nel luglio 1943
avvenne il massacro di 70 prigionieri di guerra italiani e tedeschi
per mano di soldati americani (noto come il massacro di Biscari e Piano
Stella). Gli stupri e saccheggi da parte delle truppe coloniali francesi (goumier
marocchini) in Ciociaria e in Toscana, non furono puniti , né furono impediti dai comandi alleati. Si considera, a
torto, che gli
eserciti liberatori di paesi democratici non possano commettere simili
nefandezze e crimini di guerra. Eppure ciò è stato. La condanna e fucilazione
del generale Nicola Bellomo (che aveva affrontato
e cacciato i Tedeschi dal porto di Bari) da parte dei Britannici, dopo un processo scandaloso, è un’altra macchia
sulla reputazione dei “Liberatori”.
Castellano, rimasto
ad Algeri con una missione militare che doveva coordinare l'azione congiunta tra le forze
italiane e quelle alleate, cercava di
far inviare navi italiane con rinforzi a Corfù e a Cefalonia. Nel corso delle due settimane seguenti,
però, tutte le proposte avanzate dagli italiani per una collaborazione militare
e per inserire unità italiane nelle divisioni alleate furono bloccate. (Da Aga
Rossi – L’inganno reciproco- pag. 70)
Da Brindisi il giovane contrammiraglio Giovanni Galati, di
sua iniziativa, si mise al comando di due torpediniere, Clio e Sirio, cariche di viveri e munizioni, verso Cefalonia, in soccorso
della divisione "Acqui", stremata, che resisteva all’ attacco dei Tedeschi. Avuta
notizia della partenza, da loro non autorizzata, il comando alleato ordinò perentoriamente di
richiamare le navi con la conseguenza che il generale Gandin e la sua Divisione non ricevettero alcun aiuto via mare.
Lo sbarco
ad Anzio e Nettuno del gennaio 1943 fu un altro clamoroso fiasco degli Alleati,
che, dopo aver preso terra, non sfruttarono il fattore sorpresa per avanzare su
Roma e lasciarono ai Tedeschi il tempo
di organizzarsi e di opporre una decisa
resistenza. Gli Alleati restarono bloccati
e in situazione precaria in un lembo di territorio fino ai primi di giugno, quando venne sfondata la linea Gustav (
Cassino). Alla data dell’ 8 settembre nei Balcani, dalla Slovenia al Peloponneso erano dislocate più di 30 divisioni italiane,
il grosso dell’esercito. Da diverse parti gli Italiani furono attaccati sia dai vecchi alleati tedeschi che dai nuovi
alleati, i partigiani locali. Una piccola parte di militari riuscì a prendere
il mare e raggiungere le coste italiane,
una parte oppose resistenza all’aggressione tedesca , una parte collaborò con i partigiani locali fino alla
liberazione, mentre la gran parte venne disarmata, fatta prigioniera e
trasferita in Germania. C’è da domandarsi:
Come è stato possibile che mezzo esercito italiano dislocato nei Balcani si sia sfaldato e sia stato sopraffatto in
poco tempo? Perché non venne utilizzato
quel potenziale militare per fare un fronte compatto per combattere gli occupanti nazisti in collaborazione
con la resistenza locale? Una delle cause, forse non l’unica,
va indicata nell’ inefficacia delle missioni inglesi che dovevano curare
le relazioni con la resistenza o i governi
di quei paesi balcanici.
Un altro
miserevole fallimento degli Alleati
avvenne nelle Isole del Dodecaneso, a Lero,
Samo e Coo l’esiguo contingente inglese
inviato sull’isole, insieme alle forze italiane, venne sopraffatto dai Tedeschi
dopo alcuni giorni di aspre battaglie.
Gli Inglesi furono fatti prigionieri, mentre
sugli Italiani si scatenò una sanguinosa rappressaglia.
Per l’invasione della Sicilia gli Americani si
servirono dell’aiuto della mafia italoamericana ( L. Luciano, C. Vizzini), che
in effetti facilitò lo sbarco e l’avanzata degli Alleati, almeno nella parte occidentale dell’isola. La
conseguenza fu che la mafia riconquistò
in Sicilia la posizione di potere che aveva perduto durante il ventennio
fascista ( Melton Davis, op.cit. pag 271).
Il generale germanico Fridolin Von Senger
è
un personaggio degno di nota. Austriaco e cattolico, ebbe il coraggio di disubbidire agli
ordini di Hitler (che aveva ordinato la
fucilazione degli Italiani catturati) . Fu lui che, in accordo con il
priore, mise in salvo i preziosi beni
culturali conservati nell’abbazia di Montecassino, trasferendoli a Roma con
diversi autocarri. Quando cominciò l’insensato
bombardamento alleato l’ abbazia era
vuota. Anche i Tedeschi l’avevano
evacuata, solo dopo vi si arroccarono e tra le macerie e i ruderi
delle imponenti mura fu ancora più difficile sloggiarli. Alla fine Montecassino fu espugnato dal sanguinoso assalto dei Polacchi del generale Anders. Nel monumentale cimitero di guerra polacco che si
trova poco a valle dell’abbazia oggi si contano
oltre mille croci e si legge la scritta in 4 lingue: «Per la
nostra e la vostra libertà noi soldati polacchi demmo l'anima a Dio, i corpi
alla terra d'Italia, alla Polonia i cuori»
Nel caso di Montecassino vediamo una situazione rovesciata, dove non sono
i Tedeschi nel ruolo dei barbari distruttori.
Altri
particolari marginali, ma non
trascurabili. Qualche anno prima dell’
armistizio Emilio Lussu (1990-1975)
propose agli Inglesi di
appoggiare una sollevazione e guerriglia
antifascista in Sardegna di cui egli stesso si sarebbe messo a capo. Se ne
parlò a lungo, ma alla fine l’affare venne abbandonato. Ugualmente, negli Stati
Uniti, non prese corpo l’ipotesi di un governo italiano in esilio capeggiato dal fuoruscito Carlo
Sforza ( 1872-1952). Sforza pensò anche di creare una “legione italiana”
antifascista sotto la guida di Randolfo Pacciardi (1899-1991). Inoltre i
Britannici non diedero seguito alla progettata
missione del generale Pesenti in
Nordafrica ideata da Badoglio nel 1942.
Elena Aga Rossi
titola uno dei due libri
sull’argomento “L'
inganno reciproco. L'armistizio tra l'Italia e gli anglo-americani del
settembre 1943”, Min. Beni Cult., 1993.
Inganno reciproco? L’inganno non fu poi così reciproco, cioè
equivalente. Quello italiano non fu
inganno, fu solo un conato, casomai, un desiderio , dettato
dallo stato di estrema necessità. Quello degli Alleati fu inganno bello e
buono, efficace e determinante. In
parole povere: gli Italiani nella fase armistiziale vennero presi per la gola.
Riassumiamo. 1) Uno degli inganni fu quello relativo al cosiddetto “Armistizio
lungo”, un documento più esteso e più
penalizzante rispetto a quello che venne firmato da Castellano il 3 settembre.
Gli Alleati fecero in modo che il documento non pervenisse subito al governo di
Roma , e Zanussi, a cui gli era stato
consegnato, fu tenuto in isolamento e quasi sequestrato . A Roma stranamente restò a lungo trascurato e fu
poi dovette essere sottoscritto da Badoglio il 29 settembre insieme a Eisenhower.
2) Gli Alleati cambiarono le carte in tavola giocando con i due documenti: il
cosiddetto “armistizio breve” e “armistizio lungo”. Quest’ultimo conteneva
anche imposizioni nel campo politico ed economico, nonché la locuzione “resa
incondizionata” che ovviamente per l’Italia appariva più mortificante. 3) Gli
Italiani sopravvalutavano le forze degli Alleati e questi glielo lasciarono credere. 4) Bedell
Smith, capo dello staff di Eisenhower,
in certo modo forviò, trasse in inganno
Castellano sulla possibile data dello sbarco. 5) Gli Alleati certamente
comprendevano che lo sbarco troppo a sud
non avrebbe consentito di portare aiuto
nella difesa di Roma e del governo, e forse anche per questo mantenevano il
segreto sul luogo destinato, altrimenti gli Italiani non avrebbero accettato
l’armistizio. 6) Quella dell’aviosbarco di una divisione su Roma fu un’offerta avventata o forse fatta in via strumentale, cioè in malafede. Questi gli inganni; degli
errori abbiamo già parlato ampiamente.
Gli
Alleati, Inglesi ed Americani, agirono
con superficialità e presunzione, a volte con cinismo, il loro modo di operare
fu palesemente contraddittorio, quasi
schizofrenico. Le incredibili contraddizioni possiamo facilmente leggerle nei diversi documenti , dichiarazioni ed esternazioni. Dagli Italiani si aspettavano la
collaborazione militare contro gli occupanti tedeschi, ma non intendevano
considerare l’Italia come alleato.
Richiedevano che facessero la guerra all’ex alleato, ma gli sottraevano
del tutto le armi migliori (la flotta da
guerra). Gli Alleati si aspettano l’aiuto degli Italiani,
ma sanno di non sono in grado di darne. Da alcuni documenti qui riportati,
sembra che sia gli Americani che i Britannici comprendessero la reale
situazione di difficoltà degli Italiani e del governo Badoglio, ma in alcune
dichiarazione sembra che l’Italia era
destinata ad essere carne da macello.
Da Aga Rossi, “L’inganno reciproco“ : Opinione del presidente e del primo ministro sull'annuncio trasmessa ad Eisenhower l’8 settembre 1943: E' opinione del presidente e del primo ministro che, essendo
stato firmato l'accordo, voi dovreste fare l'annuncio pubblico qualora
giudicaste
che questo faciliti le vostre operazioni
militari. Non si deve avere nessuna considerazione per le difficoltà
che ciò potrebbe causare al governo italiano.
In Ivan Palermo “ Storia di un armistizio”,
1965, pag.35 leggiamo: Lettera di Eden al
segr. Stato usa Cordell Hull del
14.1.1943 : “ …che i tedeschi siano costretti ad effettuare un’occupazione
totale … in quest’ultima ipotesi i tedeschi dovrebbero fornire le truppe per
l’occupazione dell’ Italia, ma sarebbero costretti a sostituire le truppe italiane
sul fronte russo, in Francia e nei
Balcani. Prosegue a pag. 35 : “… non
dovremmo contare sulla possibilità di una pace separata ma dovremmo mirare a
provocare in Italia tali disordini da richiedere un’occupazione tedesca.
Melton
Davis in “Chi difende Roma?”, pag. 181,
afferma : “Gli
Alleati non riuscirono ad occupare nemmeno una delle tante posizioni abbandonate
dalle forze italiane. E ogni vantaggio politico fu annullato ad usura dal gran
numero di vittime che la resa provocò, dagli sconvolgimenti e dai guasti che
arrecò alla vita del paese, dal danno
che causò ai piani alleati.”
Ancora
delle citazioni tratte da Elena Aga Rossi. Riferimento al resoconto della riunione del 31 agosto, qui
pubblicato come doc. 4.7. 396 Documenti - sezione 8. In questo momento gli italiani sono
molto più spaventati dalla forza tedesca e dalle rappresaglie nel paese di quanto lo siano per
la nostra minaccia di invasione o persino di incursioni aeree. Essi sono
particolarmente preoccupati per l'area di Roma, e sembra certo che non faranno
alcun tentativo per
concordare un armistizio a meno che non venga loro assicurato un certo aiuto
nell'area di Roma per stimolare la resistenza che le formazioni italiane
in quella regione potrebbero opporre all'occupazione tedesca della città.
Gli Alleati lamentano lo scarso o nullo apporto degli Italiani,
ma quando gli Italiani combattono i Tedeschi
(Cefalonia) essi non danno alcun aiuto,
anzi si mettono di traverso, favorendo in tal modo il massacro della divisione
Acqui.
Gli Alleati si aspettano l’aiuto
degli Italiani, ma da parte loro
non sono in grado di assicurare un
aiuto concreto alla difesa di Roma. Per meglio dire: se gli
Alleati hanno bisogno di aiuto, gli Italiani
ne hanno bisogno ancor di più e a maggior ragione.
La flotta da guerra, ancora abbastanza
efficiente, invece di venire requisita e ricoverata a Malta, poteva dare un apporto allo sbarco alleato. Meglio
ancora, poteva essere utilizzata per trasferire alcune divisioni italiane da
Sardegna e Corsica (ve ne erano 6) sul
litorale del Lazio in modo da concorrere alla difesa della capitale.
Sia gli Americani che
gli Inglesi hanno una visione
grossolana e approssimativa, da un lato considerano ancora l’Italia come il paese
fascista che ha dichiarato guerra. E per questo specialmente negli Inglesi è presente una volontà punitiva. Per un
generale britannico gli Italiani sono “quei maledetti bastardi che volevano farci fuori dal
Mediterraneo”. Il ministro Anthony Eden, ad esempio, è sempre stato il più deciso antifascista e anche il maggior
nemico dell’ Italia.
Se gli Italiani, fino al
mese di giugno di quel 1943 si può dire che non avevano ancora conosciuto la
guerra e i bombardamenti, dal mese di
luglio e ancor più dal giorno dell’armistizio , dovettero sperimentare da
vicino la reale essenza della guerra. Definirla guerra sarebbe riduttivo.
L’armistizio, con la perniciosa
decisione degli Angloamericani di attaccare la penisola partendo dal sud e con gli altri madornali errori causarono all’ Italia le più grandi sciagure:
la guerra in casa tra opposti eserciti, la costituzione di un nuovo stato fascista nel
nord, 20 mesi guerra civile tra
Italiani, i bombardamenti sulle città,
rappresaglie, sangue e rovine. E, per di più,
la campagna d’Italia poi fu ritenuta addirittura inutile per ammissione degli stessi Inglesi ed Americani. È opportuno fare anche un accenno al fatto che
dopo la caduta del fascismo erano stati
liberati dal carcere gli antifascisti (non tutti, per la verità), erano ricomparsi i partiti e si era costituito il CLN sotto la presidenza di Ivanoe Bonomi.
Il contributo del neonato CLN, nei 45 giorni del governo Badoglio e al momento
della crisi dell’ 8 settembre, a parte qualche comizio e proclama
velleitario, fu praticamente nullo. Anzi
l’operato del CLN metteva il governo in
una posizione ancor più difficile. Gli scioperi che si verificarono nel
Norditalia (Torino) nel mese di agosto, furono repressi dal governo in modo violento,
con arresti e morti. Il motivo può
essere comprensibile: il governo Badoglio, come anche il re, temevano in particolare il pericolo comunista, ma soprattutto temevano che ogni disordine, sciopero o minaccia di sollevazione popolare
poteva costituire per i Tedeschi il pretesto per un intervento cruento contro il governo e l’
Italia.
Sopra ho accennato ad un punto di vista
in controtendenza. Ma quale è la giusta e ponderata tendenza? I così detti memorialisti,
cioè coloro che sono stati coinvolti nei
fatti, i protagonisti, inevitabilmente fanno un’esposizione a loro
giustificazione e secondo il loro
comodo. Questi sono molti, solo di parte italiana: Carboni, Zanussi,
Castellano, Roatta, Caviglia, Badoglio,
Marchesi, Cadorna, De Courten, Guariglia, Giaccone, Musco, Torsiello. Altri
storici e osservatori dimostrano di essere troppo condizionati dalla loro
inclinazione politica. Gli scritti sull’argomento di Montanelli e Trionfera
risentono visibilmente del loro anticomunismo e senza mezzi termini sparano su Carboni e criticano lo storico Zangrandi;
quello di Bartoli sembra più equilibrato. Silvio Bertoldi, uno dei migliori
storici e giornalisti dei nostri tempi, nel libro
“Apocalisse italiana”, Rizzoli 1998, condanna in ogni aspetto quella
classe politica e Badoglio in primo luogo,
che ha gestito l’armistizio e quanto ne è seguito. Purtroppo il pur bravisimo Bertoldi, forse a causa della
foga giornalistica, stranamente cade in alcuni errori materiali e anche
sostanziali, soprattutto quando parla delle trame di Ambrosio. Insiste a
sostenere l’ipotesi che Ambrosio tramasse affinchè Caviglia fosse nominato capo
del governo al posto di Badoglio, il cui operato doveva essere sconfessato
insieme all’armistizio già firmato con
gli Alleati. Tale piano sarebbe stato più
pazzesco che rischioso. La suddetta ipotesi infatti era già stata
ritenuta illogica e priva di fondamento da diversi storici; ne è dimostrazione
la posizione presa da Ambrosio (tramite l’intervento del maggiore Marchesi) in
occasione dell’improvvisato “consiglio
della corona delle ore 18 dell’8 settembre.
D’altra parte, le opere di autori come Ivan
Palermo (figlio del senatore comunista Palermo) “ , Storia di un armistizio”,
1965, e
di Ruggero Zangrandi ( 1915-1970) possono ritenersi contaminate dalla
loro simpatia per la sinistra. La voluminosa opera di Ruggero Zangrandi “ L’Italia
tradita.” Mursia 1971, purtroppo è anche inficiata dal fatto che l’autore aveva
forti ( e comprensibili ) motivi di risentimento
verso Badoglio. Comunque non risulta che
qualcuno abbia potuto contestare nel merito le puntigliose argomentazioni e la documentazione da lui esposte.
Anche l’ autorevole storica Elena Aga
Rossi ( che è stata allieva di Renzo de Felice) ritiene che fu un grave errore da parte dei capi la
mancata diramazione dell’ordine di
esecuzione della cosiddetta memoria O.P. 44 dopo
l’annuncio dell’armistizio. Commento: Molto più facile a dirsi che a farsi !
Sarebbe come voler fare le nozze coi
funghi! Riesce difficile spiegarsi come mai nessun autore, memorialista o
storico stranamente non abbia ritenuto di analizzare e mettere a nudo gli errori degli Angloamericani, che in gran parte hanno determinato la
catastrofe dell’ Italia nel settembre 1943.
Gli Italiani, allora, nel dopoguerra e più
oltre, possiamo dire che subirono una triplice forma di complesso: a) il
sentimento del disonore (ingiustificato, per la verità) derivante dal tradimento verso l’alleato
germanico, che seguiva l’analogo rovescio di alleanze del 1915 e quindi la
perdita di reputazione nel consesso internazionale. b) Il complesso di colpa e
vergogna per aver dichiarato e iniziato una guerra di aggressione, non giustificata e disonorevole (Francia,
Grecia, Iugoslavia). c) Un complesso di sudditanza, non solo politica, ma anche morale,
soprattutto in termini di riconoscenza, verso gli Stati Uniti d’America. Forse sono
questi sentimenti che hanno prodotto
una rimozione dalla memoria degli eventi sgraditi, condizionando anche la storiografia italiana riguardo
all’argomento trattato. A proposito del
concetto del disonore e del tradimento l’autore
tedesco Erich Kuby , titola il suo libro del 1983 “Il tradimento tedesco. Come
il terzo Reich portò l’Italia alla rovina”. La Germania di Hitler tradì
l’Italia di Mussolini quando
segretamente strinse il patto scellerato con Stalin
e nascose all’Italia l’intenzione di scatenare la guerra nel 1939 e di aggredire la Polonia in accordo con l’ URSS . Quasi
tutti gli storici italiani non mancano di
condannare e menare legnate su Badoglio, su quel governo e sulla casta militare. Scaricare tutto sul personaggio Badoglio appare così gratuito e facile che sarebbe come picchiare un bambino. Attribuire tutte le
colpe e le responsabilità al quel
governo (su di loro) sarebbe
quasi come dimenticare che la situazione tragica del 1943 fu la diretta
conseguenza della politica fascista e della sua folle guerra
al seguito della Germania nazista.
(Luglio 2021)
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